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martedì 23 febbraio 2016

PERCHÉ VOTARE “SÌ” AL REFERENDUM NOTRIV DEL 17 APRILE 2016


Alcuni punti per spiegare perché votare "sì" al referendum contro le trivelle che verrà celebrato il 17 aprile 2016





PERCHÉ VOTARE “SÌ” AL REFERENDUM NO TRIV DEL 17 APRILE 2016


1) CON I QUESITI REFERENDARI ABBIAMO GIÀ OTTENUTO RISULTATI IMPORTANTI. ADESSO FACCIAMO UN ALTRO PASSO IN AVANTI!

L’esecutivo del Governo Renzi per mesi ha portato avanti una strategia per impedire che si giungesse a questo importante appuntamento referendario. Determinato a scongiurare la possibilità che i cittadini potessero esprimersi sulle scelte politiche in materia energetica, mettendole in discussione, ha utilizzato qualunque mezzo: lecito e non, amministrativo e di mera propaganda. 

In quest’ottica vanno letti:

  n  il ricorso alla legge di Stabilità del 2016 per eludere principi e prassi decisorie del cosiddetto “Sblocca Italia”: scompaiono “per magia”, grazie ad un semplice emendamento, i principi di «strategicità, indifferibilità, urgenza, pubblica utilità», ovvero l’anima stessa del decreto legge convertito nella Legge n. 164/2014;

  n  la titolarità all’esproprio ancor prima dell’esito delle attività di prospezione e ricerca, così come la facoltà di assoggettare quote considerevoli di territorio per costruire infrastrutture funzionali agli impianti e alle attività di trasformazione e trasporto degli idrocarburi al di fuori delle aree di concessione;

  n  la Conferenza dei Servizi che viene di fatto svuotata di ogni potere. Alle Regioni e agli Enti Locali viene negata la possibilità di raggiungere un’intesa “forte” con il Governo che, in caso di situazioni di disaccordo, può decidere senza ulteriore trattativa di ogni istanza di ricerca, permesso di estrazione o messa in opera di infrastrutture;

  n  la cancellazione del Piano delle Aree, che determina le zone in cui le compagnie petrolifere possono avanzare richieste o meno, lasciando alle multinazionali la facoltà non solo di continuare ad avanzare richieste di permessi e concessioni in modo selvaggio e senza criteri condivisi da Enti locali e territori, ma addirittura concedendo loro la facoltà di avvalersi di un doppio regime legislativo per l’ottenimento dei titoli.

Attualmente dei sei quesiti referendari, inizialmente presentati, tutti quanti ammessi nel novembre del 2015 dalla Corte di Cassazione, n’è rimasto soltanto uno. L’unico sul quale la Corte Costituzionale, proprio a seguito degli emendamenti alla legge di Stabilità che ricalcano tre dei quesiti proposti, ha dovuto e potuto esprimersi in maniera favorevole.
Ne rimangono, però, elusi altri due che sono stati impugnati per “conflitto di attribuzione” da sei delle dieci Regioni che avevano depositato i quesiti nel settembre 2015 e sui quali si attende il provvedimento di ammissibilità il prossimo 9 marzo.

2) LE CONDIZIONI PER DARE UNA SPINTA CONTRO IL FOSSILE SONO FAVOREVOLI

Ci sono persone chi vivono e lavorano a ridosso di centri oli, raffinerie, hub portuali, pozzi petroliferi, centri e/o pozzi di stoccaggio di petrolio e gas. Ci sono persone che vivono avendo sotto i piedi oleodotti e gasdotti. Ci sono persone che bevono e coltivano la terra con acque provenienti da falde inquinate da centinaia di sostanze chimiche, metalli pesanti e idrocarburi.

Tutti coloro che ormai da anni avvertono sulla propria pelle il peso del condizionamento delle scelte economiche imposte dall’alto e tutti coloro - i lavoratori del settore della pesca e turistico/alberghiero - che potrebbero subirlo, oggi non si stanno ponendo il dubbio SE appoggiare o meno il referendum, ma piuttosto COME continuare ad accumulare forza sociale e politica per voltare pagina, per chiudere con leucemie, tumori, avvelenamento di acqua, aria, suolo e cibo, per andare finalmente oltre il modello energetico fondato sulle fonti fossili.

Negli ultimi mesi, la combinazione tra la campagna planetaria di pressione esercita dal basso nei confronti dei lavori della Conferenza Internazionale sul Clima a Parigi (COP 21) e la sensibilizzazione avuta con la lettera enciclica di Papa Francesco “Laudato sì” ha fatto da detonatore alle lotte territoriali contro le grandi opere.

Ci troviamo inoltre in un contesto internazionale di una forte accelerazione dell’iniziativa bellica, di repentino cambiamento degli assetti geopolitici ma d’altra parte anche di costante tendenza al ribasso storico del costo unitario di produzione del barile.

3) IL VOTO DEL 17 APRILE FAVORISCE UNA GRANDE COALIZIONE SOCIALE PER ATTUARE UNA TRANSIZIONE ENERGETICA VERSO LE RINNOVABILI PULITE

Il voto del 17 Aprile è primariamente, a tutti gli effetti, un voto politico.

Al di là della specificità del quesito, residuo di trabocchetti e scossoni, il referendum è l’UNICO STRUMENTO di cui i movimenti che lottano da anni per i beni comuni, per l’affermazione e conquista di maggiori diritti e per l’autodeterminazione dei territori possono al momento disporre per esprimersi in merito alla Strategia Energetica Nazionale che, da Monti a Renzi, resta l’emblema dell’offesa ai territori, alle loro prerogative, alla stessa Costituzione Italiana.

Lo sanno bene tutti i comitati e le associazioni che lottano contro le piattaforme in mare, la Tap, le centinaia di chilometri di tubi delle reti di gas su faglie sismiche, le centrali e i pozzi di stoccaggio che provocano sismicità indotta. Lo sanno le reti per l’opzione Combustione Rifiuti Zero. Lo sanno bene anche i produttori ortofrutticoli e gli allevatori.
Alle centinaia di associazioni a carattere nazionale si sono aggiunti i comitati NoTav della Val di Susa, il Forum Nazionale per l’Acqua Pubblica, la Confederazione Cobas, la Fiom e non di è certo in virtù di una squallida operazione di sommatoria aritmetica delle piccole convenienze locali.

Chi conosce gli equilibri sociali, politici, culturali ed economici e gestisce - tra l’altro senza mandato elettorale! -le sorti di circa 60 milioni di italiani sa bene che il referendum - questo referendum! - rappresenta una porta stretta attraverso cui solo uno potrà passare: o vinceranno la furbizia, il gioco sporco che il governo Renzi conduce con estrema arroganza in nome della TTIP, delle lobby finanziarie, degli inceneritori e del petrolio; o vinceranno le ragioni di chi chiede diritti, dignità, rispetto dei territori e della salute, affermazione del valore d’uso attraverso l’esercizio diffuso, decentrato e dal basso di più democrazia.

Non abbiamo scelto noi il quesito su cui far convergere, in questa delicata fase di transizione autoritaria e centralizzatrice dei poteri, l’intelligenza e la potenza delle reti del conflitto e della proposta per quello che fino a pochi anni fa si definiva comunemente “un altro mondo è possibile!”. Abbiamo, però, nelle nostre mani uno strumento da poter utilizzare, una tabella che indica con chiarezza il percorso praticabile.

Siamo consapevoli che ci attende un percorso duro e pieno di ostacoli, ma dobbiamo essere fieri di quanto siamo riusciti a fare e ottenere sino a questo momento, senza smettere però di essere ambiziosi!
Portare al voto 26 milioni di italiane/i - tanti ne occorrono per il quorum! -, sapendo che i sondaggi danno il SÌ al 40% (previsioni che non erano state date nemmeno per lo scorso referendum su Acqua Pubblica e Nucleare!), deve voler dire avere la capacità di sintonizzarsi fraternamente, solidarizzare, crescere concentrandosi sull’obiettivo. Deve voler dire mettere a disposizione non un freddo dispositivo di propaganda, ma attivare un sentire comune, attivare saperi e progettualità essenziali per la sfida della transizione.

La transizione alle rinnovabili pulite non può essere una delega in bianco alla miglior convenienza delle lobbie energetiche. È anzitutto controllo consapevole esercitato dal basso, attraverso forme di condivisione e formazione/autoformazione costante. È espropriazione del monopolio alienato della scienza e pratica della soddisfazione a misura di bisogni collettivi individuati.


4) LA SPINTA REFERENDARIA COSTRINGE MOLTE COMPAGNIE A FARE RETROMARCIA

Soltanto fino a poche settimane fa sarebbe stato un azzardo immaginare che, dopo la pioggia di richieste di permessi arrivati, alcune compagnie potessero abbandonare il campo.

La spinta referendaria, letta come recepimento formale di una pressione crescente delle lotte sviluppatisi all’interno del Paese, ha creato, contrariamente alla volontà dell’esecutivo centrale, un quadro di forte incertezza normativa.

È un fatto non di poco conto che il Governo sia stato costretto ad emanare un apposito decreto di azzeramento per il permesso “Ombrina mare due” della Rockhopper nel Mare Adriatico, una delle più discusse e controverse concessioni in mare e che, nonostante le ripetute mobilitazioni di massa, i ricorsi e le leggi regionali, sembrava ineluttabilmente in fase di avvio operativo. Inoltre, alcune compagnie petrolifere hanno rinunciato alle proprie istanze di permesso di ricerca: Petroceltic per l’assurdo permesso di ricerca conferito di fronte alle isole Tremiti; Appennine Energy nel Mar Jonio; Shell abbandona i giacimenti nel golfo di Taranto, inviando al Ministero dello Sviluppo Economico la lettera con cui rinuncia al permesso di cercare idrocarburi nel mare fra Puglia, Basilicata e Calabria aventi per oggetto le due istanze d7482fr-sh e d7482fr-sh.

5) I TERRITORI CONTINUANO A CONTARE

In pochi mesi il processo messo in atto dalla strategia referendaria ha consentito di ottenere un vero e proprio capovolgimento dell’impianto centralizzatore e decisionista del famigerato “Sblocca Italia”: il recupero delle competenze regionali nelle procedure di Via.

Un fatto assolutamente importante, ad esempio, per il progetto di ampliamento di “Tempa Rossa” che vede coinvolte due regioni: il petrolio e il gas estratti e stoccati in Basilicata verranno poi lavorati nella raffineria Eni di Taranto. Grazie all’assorbimento dei quesiti referendari negli emendamenti alla Legge di Stabilità, la giunta regionale pugliese potrà nuovamente disporre di  poteri e competenze in merito e, soprattutto, i cittadini e i movimenti potranno tornare a contare e decidere avendo nuovamente un interlocutore istituzionale, sul quale esercitare il proprio peso politico.

Come successo per le mobilitazioni per sollecitare le amministrazioni comunali a deliberare per chiedere ai rispettivi presidenti di giunta regionale l’impugnazione dell’art. 38 dello Sblocca Italia, il referendum agisce da esplicito catalizzatore motivazionale all’azione deliberante di giunte e consigli comunali contro numerose richieste di permessi, come sta accadendo in diversi comuni campani e lucani in questi giorni, dove sono gli stessi sindaci a convocare esponenti di comitati No Triv e movimenti a loro sostegno.

6) RENZI TEME LA DEBACLE PER LE “SUE” RIFORME ISTITUZIONALI

Abbiamo poco tempo per riuscire ad incidere in modo adeguato ed efficace. Il Governo teme così tanto questo referendum da aver scelto la prima domenica utile per legge perché venga celebrato, costringendoci ad organizzare in tempi contingentati una campagna referendaria degna di questo nome. Ha deciso deliberatamente di sacrificare senza batter ciglio l’equivalente dell’ammontare annuale delle royalties - non meno di 350 milioni di Euro! - pur di evitare l’Election Day, fortemente richiesto dai movimenti.

Il presidente del Consiglio non intende in alcun che la strada verso il referendum confermativo istituzionale, stabilito ad Ottobre 2016, che ha per oggetto la revisione del Titolo V della Costituzione, di cui lo “Sblocca Italia” è una sostanziale anticipazione, possa essere ostacolata da altri fenomeni di grande catalizzazione del dissenso.

Lo stesso Renzi ha più volte dichiarato che in caso di sconfitta del “suo” referendum istituzionale abbandonerebbe il ruolo attuale e la stessa politica. Diamo quindi una mano al campione del decisionismo neoliberista a lasciare campo libero ad una grande coalizione per il bene comune!

Il quadro è certamente complesso e dinamico. Gli elettori hanno voglia e necessità, dopo anni di lotte, di potersi esprimere non solo nel merito dei quesiti ammessi, ma dell’intera Strategia Energetica Nazionale.

Il referendum del 17 Aprile rappresenta in realtà un potente momento di accumulo positivo di energie sociali, saperi, creatività, veloce incremento di relazioni operative tra reti consolidate. Raggiungere il quorum in tempi così brevi e sapendo coinvolgere vittoriosamente 26 milioni di cittadine/ italiane/i, significherebbe saper guidare dal basso un intero processo di trasformazione sociale e politica di un Paese ammuffito e intristito da una crisi asfittica, con effetti trascinanti anche per le lotte di altri Paesi europei.








lunedì 11 gennaio 2016

Il grande inganno del governo

COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO dell'11.01.2016
Sulle trivellazioni petrolifere la Regione Puglia difenda la propria dignità e il proprio ruolo



Il nuovo anno ha portato in dono ai pugliesi un nuovo permesso di ricerca petrolifera: quello noto convenzionalmente come B.R274.ELrilasciato alla Petroceltic Italia srl al largo delle coste del Gargano, per la durata di sei anni, che si aggiunge agli altri undici già rilasciati a partire da giugno scorso, ma non ancora attivati dal MISE. Altro che smobilitazione petrolifera.
Il permesso, che ha il grande sapore della beffa, è stato rilasciato dal MISE e pubblicato sul BUIG del 31 dicembre 2015, il giorno prima dell’entrata in vigore della Legge di Stabilità che, di fatto, ne avrebbe determinato il preavviso di rigetto e la successiva riperimetrazione (in quanto, pur di poco, parzialmente interferente con la linea delle 12 miglia marine dalla costa).
È questo uno degli atti che dimostra come il restyling normativo sul tema degli idrocarburi, previsto dal Governo nella Legge di Stabilità sia l’ennesima presa in giro a danno dei territori, questa volta con l’intenzione di eludere i referendum.
A questa conclusione è giunta anche la Corte di Cassazione che, con un’ordinanza emessa l’8 gennaioha riammesso il referendum sul mare (quello sulle dodici miglia marine) chiarendo che l’emendamento introdotto dal Governo non soddisfa la proposta referendaria ma, anzi, tende a raggirarla. Alcuni permessi di ricerca, infatti, verrebbero “congelati” nelle stanze del Ministero, in attesa di tempi migliori e di una nuova svolta normativa (che il Governo spera possa esservi in autunno prossimo, con il referendum costituzionale che dovrebbe riconsegnare la potestà energetica nelle mani del Governo).
Per altri due quesiti (durata dei permessi e Piano delle Aree) le Regioni promotrici del referendum stanno sollevando il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale nei confronti del Parlamento. Nel caso in cui la Corte Costituzionale riconoscesse il tentativo di elusione, verrebbero annullate le modifiche parlamentari su quei due argomenti e si potrebbe celebrare il referendum su tre quesiti.
Tutti elementi a conferma di una trappola ben studiata da parte del Governo, ordita alle spalle dei territori e finanche dei Consigli Regionali che, su pressione dei movimenti notriv e di duecento associazioni ambientaliste e non, avevano promosso il referendum, il cui spirito viene completamente tradito.
La Puglia, attraversata da una serie di scempi ambientali, ha visto i suoi cittadini diventare in questi anni protagonisti della richiesta di cambiamento che, sul tema delle trivellazioni petrolifere, ha portato a grandi manifestazioni di piazza, assemblee permanenti e a una deliberazione del consiglio regionale all’unanimità a pieno sostegno dei quesiti referendari.
Ecco perché, mai come in questo momento in cui le avances del Governo si fanno sottili e ambigue, è quanto mai necessario un cambio di passo sostanziale, che restituisca dignità all’ente regionale e dimostri ai pugliesi la volontà di essere protagonisti di un percorso reale di ridiscussione delle politiche energetiche, fatto senza pregiudizi ma anche senza costrizioni.
La Regione Puglia ha dato procura per promuovere il conflitto di attribuzione. Un atto importante, cui devono seguirne altri, tesi a rafforzare il peso reale dei territori e a prendere adeguate precauzioni contro gli attacchi perpetrati a due passi da casa nostra.
Chiediamo al Presidente Emiliano e al Consiglio Regionale una serie di atti urgenti e indifferibili:
  • di diffidare formalmente il Ministero dello Sviluppo Economico a provvedere all’immediata emanazione e alla conseguente pubblicazione sul BUIG dei decreti di rigetto per i procedimenti tuttora in corso entro le dodici miglia e a dare preavviso di rigetto per quelli parzialmente interferenti (tra questi ricadono diversi permessi che riguardano la Puglia)
  • di chiedere formalmente al Ministero dello Sviluppo Economico, con riguardo al progetto “Tempa Rossa”, che le autorizzazioni rilasciate per l’ampliamento delle infrastrutture, siano riviste sulla base di una reale intesa con la Regione e non secondo procedura semplificata, così come ripristinato secondo le nuove norme della Legge di Stabilità. La regione si faccia, dunque, portavoce delle istanze del territorio in maniera forte e chiara.
  • di ricorrere al TAR contro il permesso di ricerca B.R274.EL, rilasciato alla Petroceltic Italia srl, al largo delle coste del Gargano
Se fosse rimasto qualche dubbio sulle reali intenzioni del Governo, ci poniamo questa domanda finale: cosa se ne fa Petroceltic di un permesso di ricerca se, per quelle stesse aree, secondo le nuove norme, non potrà mai avere un permesso per trivellare?

Comitato No Petrolio, Sì Energie Rinnovabili
Comitato per la Tutela del Mare del Gargano
Comitato No Trivelle Capo di Leuca
Rete No Triv Gargano
A.B.A.P. Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi
Comitato Tutela Porto Miggiano
Movimento Stop Tempa Rossa
Legamjonici
Movimento ambientalista di tutela del Gargano
Gargano libero
Capitanata in rete
Gruppo Archeologico Garganico Silvio Ferri
No Triv Taranto
No Triv Trani
Garganistan
Coordinameno NoTriv –Terra di Bari