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sabato 27 agosto 2016

Responsabilità, emergenze, prevenzione e partecipazione

Terremoto: responsabilità, gravi ed evidenti, di chi ha governato negli ultimi anni. Per un immediato cambio di rotta necessarie la pressione e la partecipazione dei cittadini.


Mettere accanto, l'uno all'altro, i termini "terremoto" ed "emergenza" o "fatalità" è un oltraggio alla memoria delle 4.828 vittime che si sono registrate negli ultimi cinquant'anni in Italia a seguito di eventi sismici.
Se è vero, infatti, che non è possibile prevedere i terremoti, è altrettanto vero che in un Paese con un rischio sismico tra i più alti nel mondo e con 3.690 terremoti di magnitudo superiore a 2.5 negli ultimi 5 anni, il minimo che si possa fare è prevenire: il che significa, come va ripetendo da anni l'inascoltato Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, "rispettare le norme antisismiche nella costruzione di nuovi edifici e cercare di mettere in sicurezza gli edifici già esistenti, soprattutto quelli di edilizia pubblica".
Mentre in Giappone e Stati Uniti si sono ottenuti importanti risultati nel minimizzare gli effetti distruttivi di eventi sismici di magnitudo ben superiore a quella del sisma di Amatrice ed Arquata, in Italia invece i terremoti si trasformano quasi sempre in tragiche emergenze ed in eventi luttuosi.
Il prezzo che si paga al piegarsi alla logica dell'emergenza ha anche altre conseguenze nefaste: ragionando in termini strettamente ragionieristici, per ricostruire si spende molto più che prevenire. Si stima, infatti, che le varie ricostruzioni post-terremoti degli ultimi cinquant'anni (dal Belice in poi) siano costate alla collettività qualcosa come 150 miliardi di euro mentre per mettere in sicurezza gli edifici già esistenti ne occorrerebbero 80.
Ricostruire in situazioni di "emergenza" determina inoltre incapacità di controllo della spesa (lo ha certificato la Corte dei Conti), pessimi risultati dal punto di vista tecnico-costruttivo (si pensi ai numerosi casi di crollo dei balconi degli alloggi antisismici a L'Aquila); favorisce il diffondersi di fenomeni corruttivi e mafiosi-camorristici-ndrangetisti (vedi Irpinia e, di nuovo, L'Aquila), l'annientamento di intere comunità e delle relazioni sociali; determina, infine, lo stravolgimento delle regole dello Stato di diritto (limitazione delle libertà personali, espropriazione dei poteri degli enti territoriali, ecc.).
La logica emergenziale alimenta il vortice dell'irresponsabilità collettiva ed è per questa ragione che deve essere denunciata all'opinione pubblica che ha a sua volta il diritto-dovere di reagire.
La responsabilità delle devastazioni e del pesante tributo pagato in termini di vite umane per eventi sismici (quasi 5.000 vittime negli ultimi 50 anni) e per disastri ambientali (si pensi, ad esempio, ai recenti fatti di Genova o all'alluvione di Sarno con i suoi 159 morti o a quella piemontese del 1994 che causò 70 vittime) va ascritta per intero a coloro che, investiti di responsabilità di governo, hanno brillato per inerzia, spingendosi fino a promuovere l'utilizzo predatorio e spregiudicato del territorio.
Come dimenticare, in tempi recenti, l'edificazione e l'infrastrutturazione, con tanto di pareri favorevoli ed autorizzazioni, di parte della città de L'Aquila su una faglia attiva (Pettino), e la seguente ricostruzione nel medesimo sito ad alto rischio sismico? Come non ricordare che il decantato "Sblocca Italia" è la più recente e forse la più tristemente nota tra le modalità con cui la bramosia di devastazione dei territori si è tradotta sul piano legislativo?
Mancata prevenzione antisismica, edificazione selvaggia, trivellazioni, realizzazione di infrastrutture energetiche inutili, impattanti e dispendiose, sono figli della stessa cultura predatoria, della medesima matrice ideologica i cui pilastri portanti sono lo sfruttamento dissennato del territorio, la mancanza di rispetto del diritto alla vita ed il saccheggio dei beni comuni.
Questa nuova tragedia nazionale non è frutto della casualità ma ha mandanti ed esecutori che meritano di essere sfiduciati dai cittadini e sanzionati, quanto meno sotto il profilo politico.
In merito ad altri profili di responsabilità sarà la magistratura a pronunciarsi. La Procura di Rieti, che ipotizza il reato di disastro colposo, è già al lavoro. Confidiamo che giustizia sia fatta e che non abbiano a ripetersi i fatti de L'Aquila (assoluzione in Cassazione dei componenti della Commissione Grandi Rischi e condanna delle famiglie delle vittime al pagamento delle spese processuali).
Dopo questa nuova strage di innocenti, nessuno può arrogarsi il diritto di tergiversare: occorre subito una rapida inversione di rotta nelle politiche di governo del territorio e nella pianificazione delle opere, anche di quelle ritenute fino ad oggi strategiche e di interesse nazionale.
Nulla è più strategico e nulla risponde in maggior misura all'interesse nazionale che la tutela della sicurezza e della vita dei cittadini!
Governo e Regioni si facciano promotori SUBITO di un Piano Straordinario di messa in sicurezza dell'intero territorio italiano -dal punto di vista sismico, idrogeologico e paesaggistico-, sul modello dell'Unica Grande Opera (UGO) di Salvatore Settis e Tomaso Montanari, e del patrimonio edilizio privato e pubblico, reperendo risorse anche in ambito U.E., stimate in 4 miliardi di euro/anno per 20 anni, che devono poter essere impegnate anche in deroga ai limiti posti dal Patto di Stabilità e che, oltre tutto, genererebbero nuove attività d'impresa, occupazione qualificata e gettito fiscale.
Con riferimento alla prevenzione degli effetti distruttivi degli eventi sismici, sul modello di quanto fatto in Toscana con la legge regionale n. 56 del 1997, che per prima ha introdotto finanziamenti pubblici per i privati, è necessario ed urgente procedere alla realizzazione di indagini di microzonizzazione sismica in tutto il territorio nazionale (i fondi assegnati ai Comuni sono stati utilizzati tutti e non si sono rivelati sufficienti), di verifiche sismiche su edifici pubblici, di una rete sismica e geodetica; promuovere una campagna di capillare informazione diretta alla popolazione e nelle scuole; mettere a disposizione delle famiglie in incentivi e finanziamenti tali da incoraggiarle a verificare sotto il profilo sismico e, se del caso, ad adeguare le abitazioni di proprietà; semplificare l'attuale meccanismo per l'erogazione dei contributi già stanziati e disponibili.
Tali nuovi finanziamenti pubblici sono da intendere come aggiuntivi, cumulabili e non sostitutivi rispetto alla misura della detraibilità fiscale prevista nella misura del 65%, per spese di adeguamento sismico sostenute da soggetti Irpef e condomini, che andrebbe anch'essa resa strutturale.
Sempre nell'ottica della prevenzione e della corretta pianificazione delle opere pubbliche, dovrebbero essere introdotti più severi requisiti nella valutazione di compatibilità ambientale, nella selezione delle aree in cui è possibile realizzare determinate opere ed attività, e più elevati standard qualitativi nella progettazione di autostrade, dighe, acquedotti, gasdotti, ecc..
Con riferimento alle opere ed alle attività "petrolifere", la soppressione del Piano delle Aree, prevista nella Legge di Stabilità 2016 e fortemente voluta dal Governo, va nella direzione opposta. Lo strumento deve essere assolutamente recuperato in modo che si sappia una buona volta cosa può essere costruito e cosa no ed in quali aree del Paese.
Il sistema Paese reclama un salto di qualità e di razionalità per porre rimedio agli effetti delle scelte scellerate del passato e per prevenirne di nuove.
Il pensiero corre alla diga idroelettrica di Rio Fucino, sul lago di Campotosto, costruita sulla faglia dei Monti della Laga, in provincia di Teramo, il cui cedimento spazzerebbe via interi centri abitati a valle; alle 8 esplosioni di metanodotti verificatesi in Italia dal 2004 ad oggi (Montecilfone, Tarsia, Tresana, Sciara, Sant'Alberto, Pineto, Roncade ed Alta Val Marecchia); alle campagne di trivellazioni autorizzate sia a terra in zone ad alto rischio sismico (Emilia, Basilicata) sia in mare, in aree soggette al fenomeno della subsidenza (Ravennate e Veneto); alle attività di reiniezione a forte pressione dei fluidi di scarto della lavorazione del petrolio, a circa 4 km di profondità, che si vorrebbero effettuare in Basilicata all'interno delle rocce carbonatiche deformate della piattaforma appula; infine, al TAP, al " grande tubo" lungo quasi 700 chilometri, che, nonostante l'opposizione di alcune Regioni, attraverserà l'Italia dalla Puglia fino all'Emilia Romagna, transitando lungo la dorsale appenninica ed attraversando le località più colpite dal terremoto del 1997 (Marche ed Umbria), dal sisma del 6 aprile 2009, in provincia de L'Aquila, e, infine, dal nuovo terremoto di magnitudo 6.2 che ha raso al suolo Amatrice, Accumoli e Pescara del Tronto ed altri borghi minori.
In ultimo ma non per ultima, la riforma del Titolo V della Costituzione, con tutto ciò che ne conseguirà in termini di mancata interlocuzione e collaborazione tra Stato e Regioni in materia di approvazione di opere ed infrastrutture energetiche, con conseguente accentramento delle scelte nelle mani dello Stato che potrà disporre a proprio piacimento dei territori e delle loro fragilità ambientali, così già si è verificato con il TAP.
Centralizzare non paga neppure sotto il profilo della gestione dei contributi previsti per la messa in sicurezza degli edifici privati. Nel 2013, ad esempio, delle 11.000 domande presentate ai Comuni, dopo un lungo passaggio di carte dai Comuni alle Regioni e da queste alla Protezione Civile, ne sono state accolte appena 1.849, per un contributo medio a pratica di circa 20 mila euro.
ll capitolo delle modifiche costituzionali si inserisce in un disegno complessivo di riforme della Carta e strutturali che riduce la possibilità per i cittadini di compiere scelte democratiche e di partecipare alle decisioni che hanno una ricaduta diretta e inequivocabile sulla propria salute, sulla sicurezza, sul benessere delle famiglie e della comunità.
E’ il momento che i cittadini si riapproprino di questo diritto-dovere e che si prenda atto della gravità della situazione del nostro Paese che, ancora una volta, si riscopre fragile da un punto di vista strutturale, ma ricco di partecipazione civica.
E' compito di chi governa i territori, ma anche di noi cittadini nel richiederle e sollecitarle, dar vita a politiche economiche che riducano il distacco tra la difesa del suolo e della salute pubblica (poca) e la solidarietà umana (molta).
Roma, 26 agosto 2016



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domenica 27 settembre 2015

Alcune precisazioni sul referendum delle Regioni [di Enzo Di Salvatore]

Enzo Di Salvatore, docente di Diritto Costituzionale dell'Università di Teramo e membro del Coordinamento Nazionale NoTriv chiarisce alcuni dubbi in merito ai referendum notriv abrogativi dell'art.35 del "Decreto Sviluppo" e di alcune parti dell'art.38 dello "Sblocca Italia". 




In che senso il referendum sull’art. 35 del decreto sviluppo del 2012 riguarderebbe anche quelle Regioni che non siano al momento interessate da procedimenti in corso per il rilascio dei permessi di ricerca e delle concessioni di coltivazione di idrocarburi?

Nel 2010, a seguito del disastro petrolifero occorso nel Golfo del Messico, il Governo Berlusconi aveva introdotto nel Codice dell’ambiente una norma con la quale si vietavano la ricerca e l’estrazione del petrolio entro le cinque miglia marine. Questo divieto aveva ad oggetto due ipotesi diverse: le attività petrolifere future e i procedimenti amministrativi non ancora conclusi con il rilascio di un permesso di ricerca o di una concessione di coltivazione. In presenza di un’area marina o costiera protetta, il divieto avrebbe interessato il tratto di mare prospiciente la costa per dodici miglia marine.
Due anni dopo, il Governo Monti interveniva nuovamente sul punto e con l’art. 35 del decreto sviluppo estendeva quel divieto fino alle dodici miglia marine ovunque, facendo, tuttavia, salvi i procedimenti bloccati dal Governo Berlusconi. A seguito di ciò, il Ministero dello sviluppo economico riavviava tutti i procedimenti bloccati: venticinque progetti in tutto, ai quali nel prossimo futuro se ne aggiungeranno altri, come quelli relativi alle attività di prospezione che effettuerà la società Spectrum Geo: un progetto enorme destinato ad esplorare i fondali del mare Adriatico per 30.000 chilometri quadrati e che, terminata la fase della ricerca, verrà ulteriormente “spacchettato” in numerosi progetti di estrazione.
Il quesito referendario sull’art. 35 del decreto sviluppo ha ad oggetto la normativa introdotta dal Governo Monti, con la quale si è rimosso il divieto stabilito dal Governo Berlusconi: esso, pertanto, riguarda solo le attività ancora da autorizzare e non anche le attività già autorizzate.
Tale quesito, invero, interessa anche i tratti di mare di quelle Regioni che al momento non sono interessate da procedimenti in corso, giacché il risultato complessivo che discenderebbe dalla volontà popolare manifestata attraverso il referendum sarebbe quello di non volere né nuove ricerche né nuove estrazioni di idrocarburi entro le acque territoriali. A seguito di un eventuale esito positivo del referendum, il Parlamento o il Governo non potrebbero, infatti, né reintrodurre la norma che consente ai procedimenti in corso di concludersi né rimuovere il limite, applicabile ovunque, della ricerca e dell’estrazione entro le dodici miglia marine: l’obiettivo del quesito proposto è esattamente quello di far sì che il divieto di estrarre idrocarburi entro le acque territoriali sia assoluto. Come la Corte costituzionale ha più volte precisato (v. ad es. sentenza n. 199 del 2012), il Legislatore successivo non può ledere la volontà popolare espressa attraverso la consultazione referendaria, ponendo nel nulla e vanificando l’effetto utile che dalla stessa discenderebbe. Diversamente – e cioè qualora non si arrivasse ad un pronunciamento popolare di segno positivo – la rimozione del divieto sarebbe in ogni momento possibile.

Quali Regioni sarebbero interessate dall’abrogazione dell’art. 38 dello Sblocca Italia?

Oltre all’abrogazione referendaria dell’art. 35 del decreto sviluppo, le Regioni propongono di abrogare anche alcune disposizioni dell’art. 38 dello Sblocca Italia. Non si tratta di una proposta finalizzata ad un’abrogazione totale di tale articolo, in quanto, alla luce dell’orientamento seguito dalla Corte costituzionale, ciò non sarebbe ammissibile.
I quesiti proposti investono principalmente la “questione democratica”, ossia la partecipazione delle Regioni alle decisioni assunte dallo Stato sia in fase di pianificazione delle attività sia in ordine ai singoli progetti di ricerca ed estrazione degli idrocarburi. Esse interessano tutte le Regioni ed anche gli Enti locali; in quest’ultimo caso, in relazione al rilascio dell’intesa da parte della Conferenza unificata sul “piano delle aree”, che dovrà stabilire dove si potranno effettuare la ricerca e l’estrazione nel nostro Paese.
Nello Sblocca Italia si legge che «le disposizioni del presente decreto sono applicabili nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e di Bolzano compatibilmente con le norme dei rispettivi statuti e con le relative norme di attuazione». Per parte sua, l’art. 38 dello Sblocca Italia stabilisce chiaramente che il «titolo concessorio unico» sia accordato «con decreto del Ministro dello sviluppo economico, previa intesa con la regione o la provincia autonoma di Trento o di Bolzano territorialmente interessata». Il riferimento alle Province autonome di Trento e Bolzano lascia, appunto, intendere che la disciplina del procedimento trovi applicazione anche alle Regioni a Statuto speciale.

Cosa accade se nel frattempo il Parlamento o il Governo dovessero intervenire e modificare la normativa oggetto di referendum?

Qualora il Parlamento (con legge) o il Governo (con decreto-legge) dovessero intervenire e abrogare le singole disposizioni oggetto di referendum, il referendum non avrà più corso. La Corte costituzionale, con sentenza n. 68 del 1978, ha, tuttavia, chiarito che se l’abrogazione di tali disposizioni non dovesse corrispondere nella sostanza a quella proposta con il referendum, il referendum si celebrerà comunque ed avrà ad oggetto la nuova normativa.

Qual è il rapporto che corre tra il referendum e i ricorsi promossi dalle Regioni dinanzi alla Corte costituzionale sull’art. 38 dello Sblocca Italia?

Il referendum promosso dai Consigli regionali e i ricorsi presentati dalle Regioni alla Corte costituzionale hanno entrambi ad oggetto solo alcune disposizioni dell’art. 38 del decreto Sblocca Italia; essi si muovono, tuttavia, su piani differenti: il referendum agisce sul piano del merito (politico) delle scelte effettuate dal Legislatore; i ricorsi sul piano della legittimità costituzionale di quelle scelte.
Il fatto che siano ancora pendenti i ricorsi davanti al giudice costituzionale non rende inutile il referendum delle Regioni. Può darsi che la Corte consideri le norme impugnate illegittime o può darsi che le consideri perfettamente legittime. Ma in nessuno dei due casi il referendum resterebbe privo di significato. Solo parzialmente,infatti, le norme impugnate coincidono con il referendum deliberato: i quesiti proposti possiedono una propria ragion d’essere “unitaria”, in quanto incidono, più in generale, su ogni decisione relativa alla ricerca e all'estrazione degli idrocarburi; persino sulla partecipazione delle Regioni alle decisioni in ordine alle attività strumentali alla ricerca e all'estrazione. Uno dei quesiti proposti investe, ad esempio, la legge n. 239 del 2004 di riordino del settore energetico, che non è stata (non poteva esserlo) fatta oggetto di impugnazione davanti alla Corte.

Qual è il rapporto che corre tra il referendum delle Regioni e la revisione del Titolo V della Costituzione attualmente in itinere?

La revisione del Titolo V della Costituzione attualmente in itinere si propone, tra le altre cose, di modificare anche il riparto della competenza legislativa tra lo Stato e le Regioni, riconducendo all’esclusiva competenza dello Stato la disciplina dell’energia. Fermo restando che al momento non è possibile conoscere l’esito del procedimento di revisione costituzionale, l’eventuale riconduzione della materia energetica alla competenza esclusiva dello Stato non renderebbe superfluo il referendum. La normativa che restasse in piedi a seguito di un esito positivo del referendum abrogativo non sarebbe di per sé illegittima: è una scelta dello Stato (in questo caso del corpo elettorale) prevedere che alle decisioni dello Stato in fatto di energia partecipino anche le Regioni e gli Enti locali. Certo, a seguito della revisione costituzionale (se supererà indenne il referendum previsto dall’art. 138 della Costituzione, si intende) il Parlamento potrebbe anche stabilire che le Regioni e gli Enti locali non debbano più partecipare alle decisioni assunte dallo Stato in materia di ricerca ed estrazione degli idrocarburi; ma per stabilire ciò occorrerebbe, appunto, una nuova legge, che modifichi l’esito referendario. Il che, mentre non costituirebbe un problema in relazione ad una eventuale pronuncia di illegittimità della Corte costituzionale sullo Sblocca Italia (essendo il quadro costituzionale ormai cambiato), lo sarebbe, però, in relazione all'esito referendario: Il Titolo V riscritto non vieta né impone che lo Stato possa continuare a coinvolgere gli Enti territoriali. Ragion per cui, sebbene conforme al nuovo Titolo V, una decisione dello Stato che escludesse successivamente con legge le Regioni e gli Enti locali dalle decisioni in materia di energia annullerebbe chiaramente l'eventuale esito positivo del referendum. E questo costituirebbe un problema: sia giuridico (che investe, come sempre, il problema dei limiti dell'intervento del Legislatore successivo all'esito referendario) sia politico. La Corte costituzionale, come si è detto, è stata chiara: non si può successivamente reintrodurre una norma abrogata per via referendaria perché altrimenti resterebbe vanificato l'esito referendario.



foto di Francesco Delia - R.A.S.P.A
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martedì 25 agosto 2015

Fedeli alla linea del petrolio

Comunicato del Coordinamento No Triv - Terra di Bari con cui si chiede alla Regione Puglia di convocare un consiglio regionale nel quale deliberare per il referendum abrogativo dell'art. 35 del "Decreto Sviluppo". 



Apprendiamo dalle cronache nazionali che l’11 agosto 2015 la seduta del  consiglio della Regione Abruzzo non si è tenuta per mancanza del numero legale dovuta all’assenza di tre consiglieri della maggioranza di centrosinistra, delle minoranze di centrodestra e del Movimento 5 Stelle.

Sembrerebbe una “normale” crisi politica se non fosse che al suo interno  si sarebbe dovuta votare tra i punti all’o.d.g. la risoluzione referendaria, su richiesta dell’assessore all’Ambiente Mazzocca, per l’abrogazione dell’art. 35 del Decreto Sviluppo del 2012 che ha permesso il riavvio di tutti i procedimenti di estrazione di petrolio entro le 12 miglia marine.

Abrogandolo, si sarebbero potute bloccare Ombrina Mare e le altre concessioni lungo le coste abruzzesi a partire dal 2010.
Il consiglio regionale non si è svolto ed ogni questione è stata rimandata alla riapertura delle attività a settembre, riducendo ancor di più la possibilità di intervento verso la risoluzione referendaria dato che la scadenza per deliberare in merito è il 30 settembre.

Quanto è accaduto dimostra, ancora una volta, come gli impegni presi nell’incontro di Termoli del 24 luglio 2015 dai governatori delle Regioni Marche, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata e Calabria sul tema delle trivellazioni in Adriatico e nello Ionio, siano funzionali alla “propaganda”, ma non si traducano mai in azioni concrete, in scelte nette che mettano in discussione la governance nazionale.

Il 14 agosto 2015 il Coordinamento Nazionale No Triv ha chiesto, in conferenza stampa, al governatore della Regione Abruzzo, l’immediata convocazione, entro questo mese, di un consiglio regionale in seduta straordinaria che affronti come unico punto all’o.d.g. la risoluzione referendaria chiesta dall’assessore all’Ambiente Mazzocca.

Per quanto riguarda la situazione in Puglia, apprendiamo dal sito della Regione che la stessa sta approntando, su indirizzo della precedente legislatura, i ricorsi al T.A.R. Lazio contro le nove concessioni sbloccate dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, agli inizi di Giugno, lungo le coste pugliesi.

Ci chiediamo se gli stessi siano stati inviati entro i termini utili fissati dalla legge.

Ci chiediamo anche che fine abbia fatto, nella comunicazione ufficiale, il ricorso alla Corte Costituzionale contro il decreto del Ministero dello Sviluppo Economico che aggiorna il disciplinare tipo dell’art. 38 dello Sblocca Italia.
Sarebbe stato opportuno che la Regione Puglia si fosse attivata per comunicare il numero di iscrizione al ruolo dei ricorsi, in maniera tale da poterne seguire l’iter dai siti istituzionali.

Alla luce di tutto questo e di quanto sta avvenendo in Abruzzo, chiediamo al governatore Michele Emiliano di dare seguito all’incontro di luglio a Termoli e, sulla scia della proposta del Coordinamento Nazionale, convocare entro agosto un consiglio regionale in sessione aperta che metta all’o.d.g. la risoluzione referendaria contro l’art. 35 del Decreto Sviluppo del 2012.

Ricordiamo che, in sostituzione delle 500.000 firme, troppe da raccogliere entro il 30 settembre, è sufficiente il pronunciamento di cinque consigli regionali e che questo ormai è un atto indifferibile.

La Conferenza delle Regioni del Sud, prevista per il 18 settembre all’interno della Fiera del Levante come momento di confronto per proseguire il lavoro iniziato a Termoli, sarà per noi l’occasione di verificare se le “buone intenzioni” espresse dal governatore Emiliano, si siano nel frattempo trasformate in concrete azioni politiche ed amministrative, ovvero nella convocazione entro agosto del consiglio regionale e nella deliberazione in merito al referendum.

La mobilitazione, in quella stessa data, sarà funzionale a ribadire le nostre ragioni del “no” alla politica di ricerca ed estrazione idrocarburi, liquidi e gassosi, a terra ed in  mare ed a portare all’attenzione di tutti i danni che queste creerebbero alle attività economiche e turistiche e alla salute dei cittadini, senza tralasciare ciò che sta già avvenendo ai confini tra Basilicata e Puglia con l’inquinamento del Pertusillo, a Taranto con l’ampliamento del centro di stoccaggio del petrolio lucano Tempa Rossa, lascito della precedente giunta, e con l’arrivo della TAP e del riutilizzo del Centro Oli di Viggiano quale Hub del Gas.


La convocazione del consiglio regionale  in tempo utile per deliberare sulla risoluzione referendaria a settembre, sarà anche il banco di prova per  tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, di verificare della capacità di assumersi la responsabilità politica delle loro azioni, a differenza di quanto accaduto nel Consiglio Regionale in Abruzzo.  

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Coordinamento No Triv – Terra di Bari • Coordinamento Nazionale No Triv – Sezione Abruzzo • Coordinamento No Triv Basilicata • No Trivelle in Sardegna • Garganistan Movement No Triv • Coordinamento No Triv Lombardia • Comitato Popolare No Trivelle di Licata Gruppo • No Triv Salute e Ambiente di Cento • Comitato No Triv Grassano • Comitato No Triv di Brindisi Montagna (Pz) • Comitato Molese contro le trivellazioni • RTC Rete Territoriale dei Conflitti - Salento • Comitato Bonifica Molfetta • Osservatorio per la legalità e la difesa del Bene Comune di Giovinazzo • Coordinamento Comitati Ambientalisti Lombardia • Comitato No Grandi Navi – Laguna Bene Comune – Venezia • Contramianto e Altri Rischi Onlus • Coordinamento Difesa Patrimonio Culturale contro le Devastazioni Ambientali • Comitato No Gasaran Seregnano • Comitato Democrazia e Partecipazione Bordolano • Comitato Popolare “MO’ BASTA” – Potenza • Comitato s. s. 275 • Forum per la tutela della legalità e del territorio Stefano Gioia • Collettivo Libertario Rivoltiamo La Terra • A.B.A.P. – Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi • ISDE – Puglia • FAI – delegazione di Bari • Associazione Ambiente Venezia • Associazione Città Plurale – Matera • Associazione dei giardini storici di Bari • Associazione FARE VERDE di Bari • Associazione di promozione sociale M/APP – Mestieri e Arte Popolare Pugliese • Terre del Mediterraneo - Bari • Mordi La Puglia • Associazione Artemia Salina Margherita di Savoia • Associazione Abruzzo Beni Comuni • Associazione Teramo 3.0 • Circolo Arci Carlo Cafiero – Barletta • Masseria dei Monelli APS • Associazione Eugema Onlus • Associazione LIBRIAMOLA • Primalepersone – APP • Club della Canzone d’Autore di Bari • Confederazione Cobas Brindisi • Cobas Scuola Bari • Lista Civica Italiana • Rete Civica Italiana • Altra Puglia • Rivoltiamo la Precarietà • Convochiamoci per Bari • ARCA – Centro di Iniziativa Democratica di Bari • Azione Civile Nazionale • Azione Civile Abruzzo • Sezione Puglia dell'Istituto Nazionale di Urbanistica • Mediterraneo No Triv









foto di Felisiano Bruni
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venerdì 3 luglio 2015

Comunicato Diffida del 1 luglio 2015 contro la devastazione dei territori.

Comunicato pubblicato a seguito dell'assemblea delle associazioni della Calabria, Basilicata, Puglia e Abruzzo, riunitasi il 28 giugno 2015 a Trebisacce, per dar vita ad un fronte comune di mobilitazione.



I movimenti per la tutela di ambiente e territorio di Calabria, Basilicata, Puglia e Abruzzo, da moltissimo tempo impegnati sul fronte dell'opposizione alla depredazione dei beni comuni portata avanti non soltanto dal Governo di Matteo Renzi (ma da esso assunta come priorità di una politica di stampo coloniale), si sono incontrati il 28 giugno u.s. presso la sede trebisaccese di una delle associazioni che compongono la rete R.A.S.P.A. (Rete Associazioni Sibaritide e Pollino per l'Autotutela) per confrontarsi e costituire un fronte comune di mobilitazione.

È ormai acclarato come non siano ammessi ulteriori ritardi nell'opporsi alle politiche ciniche e deficitarie degli amministratori locali e regionali, poco attivi (a fronte delle ripetute dichiarazioni di intervento) contro le diverse istanze di esplorazione e ricerca di idrocarburi presentate su mare e su terraferma.

L'idea di sviluppo connessa allo sfruttamento di energie fossili da parte di aziende private costituisce soltanto un aspetto di un disegno politico lobbysticamente ben più esteso e complesso: il famigerato "Sblocca Italia"
  • qualifica le attività di ricerca e di coltivazione degli idrocarburi come strategiche, indifferibili e urgenti, nonché di pubblica utilità; 
  • introduce un "titolo concessorio unico" in luogo dei due titoli minerari previsti sin dal 1927; 
  • dispone che le attività di ricerca e di coltivazione siano svolte sulla base di un piano nazionale, che stabilisca dove sia possibile cercare ed estrarre idrocarburi; 
  • prevede che il vincolo preordinato all’esproprio gravi sulla proprietà privata sin dalla fase della ricerca; 
  • cancella l’autorizzazione alla costruzione del pozzo esplorativo; 
  • estromette gli Enti locali dalla partecipazione ai singoli procedimenti amministrativi; 
  • contempla per le Regioni una intesa, nei fatti, "debole", come risulta comprovato dal recente "disciplinare tipo" adottato dal Ministro dello sviluppo economico, che prevede il rilascio dell’assenso regionale in sede di Conferenza di servizi (e che conferma, con ciò, l’idea che l’intesa avrebbe natura "tecnica" e non "politica"); 
  • affida la valutazione di impatto ambientale delle attività medesime alla competenza esclusiva dello Stato.
Se si somma la risolutezza con cui lo Stato italiano esercita questa forma sostitutiva di potere all'ambiguo testo della legge sui delitti contro l'ambiente (n. 68/15 del 22 maggio 2015), appena approvato dalla Camera dei Deputati (dopo una discussione durata quasi un anno e mezzo) − nel quale, contestualmente, si è scelto di non introdurre, dopo averlo invece fatto in un primo momento, il divieto di utilizzare la distruttiva tecnica di ispezione dei fondali marini denominata Air Gun − la strategia politica (ancor prima che ambientale) attuata dall'autorità centrale italiana risulta ben chiara: concentrare in alcune regioni le attività più distruttive, per rendere il territorio e le popolazioni deboli e ricattabili fino ad avere interi territori-pattumiera a disposizione per il fabbisogno energetico e le popolazioni disperate e magari costrette a emigrare in massa.

A fronte di questa terribile concretezza, fatta di numeri, decreti e bilanci, ma anche di spietata sopravvivenza, i movimenti per la tutela del territorio riscontrano una ancora troppo diffusa neutralità che, pur essendo priva di argomenti, ha finito per spegnere quasi del tutto l'identità di un uomo al quale, in seno alla civiltà occidentale (fatta di coercitivi ordini di Stato più che di leggi), viene negato il pur minimo diritto di autodeterminazione: per quanto sia difficile desumere una prassi da tali ordini, nondimeno è sin troppo facile constatare a cosa essi mirino.

In ragione di ciò, l'assemblea delle associazioni di Calabria, Basilicata, Puglia e Abruzzo invita gli amministratori del territorio e la stampa a rimuovere immediatamente quel blocco politico che ha messo incredibilmente in contrapposizione la salute dei cittadini con il diritto al lavoro, la disponibilità reale delle risorse e dei beni comuni con l'occupazione: per iniziare a farlo, i movimenti ritengono che i sindaci, i presidenti delle Regioni e anche gli organi di stampa debbano esprimere in tempi brevi, con fermezza e con atti concreti l'opposizione agli interessi delle multinazionali del petrolio e del gas; il profitto di pochi non può essere barattato con la salute di tutti i cittadini perché ormai i colpevoli di questo baratto e gli eventuali complici (sindaci che non deliberano, amministratori che tergiversano, funzionari della Regione che glissano; giornalisti che omettono) sarebbero, in tal caso, additabili con certezza.

Trebisacce, 1° luglio 2015


Elenco delle Associazioni che hanno aderito all'assemblea

Associazione Abruzzo Beni Comuni
Associazione Bashkë − Plataci
Associazione No Scorie Trisaia
Circolo Giordano Bruno − Bitonto
Comitato Ambientale Presilano
Coordinamento Nazionale No Triv
Coordinamento per la Difesa del Patrimonio Culturale contro le Devastazioni Ambientali
Forum per la tutela del territorio e della legalità "Stefano Gioia"
ISDE − Medici per l'Ambiente − Basilicata
Karakteria
LIPU Calabria
Mediterraneo No Triv
No Triv Basilicata
No Triv Grassano
No Triv Lagonegrese
No Triv Magna Grecia
No Triv San Fele
No Triv Terra di Bari
Rete Associazioni Sibaritide e Pollino per l'Autotutela
Rete per la Difesa del Territorio − Franco Nisticò
Un muro contro il petrolio

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lunedì 5 gennaio 2015

L'ENI ottiene dalla Croazia una concessione per trivellare di fronte alle coste pugliesi



Nonostante in tutto il resto del mondo il petrolio si stia rivelando un inutile investimento energetico a fronte degli enormi danni ambientali sofferti dai territori, l'ENI ha da poco ottenuto una concessione in Croazia per trivellare lungo la linea di confine delle acque italiane.
L'ENI si è aggiudicata un'area di oltre 12 mila chilometri quadrati di mare posta davanti alle coste pugliesi ed abruzzesi, mentre altre aziende, quali l'inglese MedOilGas, l'americana Marathon Oil, l'austriaca Omv, la croata Ina e l'ungherese Mol, altre concessioni per un totale di dieci aree.
Entro il 2 aprile saranno formalizzati gli accordi di esplorazione con i candidati vincitori ed avviate le ricerche di idrocarburi.

Molto critiche le reazioni di 
rappresentanti del settore turistico croati dato l'impatto negativo che le trivellazioni avranno sulle coste, e delle associazioni ambientaliste, come Zelena akcija (Azione Verde) che considera inaccettabile la decisione del governo croato, in quanto la gara per le concessioni è stata avviata senza le necessarie precauzioni e senza la consultazione della popolazione. Inoltre non vi è alcun documento per la gestione strategica e la tutela dell'ambiente marino e delle zone costiere stipulato con i paesi prospicienti che impedisca di svolgere attività potenzialmente dannose nel Mare Adriatico. Toni Vidan, responsabile del programma energetico di Azione Verde, denuncia l'assenza di un adeguato studio di impatto ambientale e che la decisione sia stata presa a porte chiuse, lontano dagli occhi del pubblico e fuori dall'ordinario dibattito in Parlamento. 

Il governo italiano tace, mentre si prepara ad allargare le maglie per le concessioni di autorizzazioni alla ricerca di idrocarburi con lo Sblocca Italia in nome di un "alleggerimento della bolletta energetica" per i cittadini. 

Ma a quale prezzo?

E' notizia di qualche giorno fa il ritrovamento di un'altra carcassa di delfno sulle spiagge di Bari e di alcune tartarughe a Barletta. Pesca a strascico o air-gun?

Fonti:


  foto di Nicoletta "Nikka" Mezzina 
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