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sabato 27 agosto 2016

Responsabilità, emergenze, prevenzione e partecipazione

Terremoto: responsabilità, gravi ed evidenti, di chi ha governato negli ultimi anni. Per un immediato cambio di rotta necessarie la pressione e la partecipazione dei cittadini.


Mettere accanto, l'uno all'altro, i termini "terremoto" ed "emergenza" o "fatalità" è un oltraggio alla memoria delle 4.828 vittime che si sono registrate negli ultimi cinquant'anni in Italia a seguito di eventi sismici.
Se è vero, infatti, che non è possibile prevedere i terremoti, è altrettanto vero che in un Paese con un rischio sismico tra i più alti nel mondo e con 3.690 terremoti di magnitudo superiore a 2.5 negli ultimi 5 anni, il minimo che si possa fare è prevenire: il che significa, come va ripetendo da anni l'inascoltato Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, "rispettare le norme antisismiche nella costruzione di nuovi edifici e cercare di mettere in sicurezza gli edifici già esistenti, soprattutto quelli di edilizia pubblica".
Mentre in Giappone e Stati Uniti si sono ottenuti importanti risultati nel minimizzare gli effetti distruttivi di eventi sismici di magnitudo ben superiore a quella del sisma di Amatrice ed Arquata, in Italia invece i terremoti si trasformano quasi sempre in tragiche emergenze ed in eventi luttuosi.
Il prezzo che si paga al piegarsi alla logica dell'emergenza ha anche altre conseguenze nefaste: ragionando in termini strettamente ragionieristici, per ricostruire si spende molto più che prevenire. Si stima, infatti, che le varie ricostruzioni post-terremoti degli ultimi cinquant'anni (dal Belice in poi) siano costate alla collettività qualcosa come 150 miliardi di euro mentre per mettere in sicurezza gli edifici già esistenti ne occorrerebbero 80.
Ricostruire in situazioni di "emergenza" determina inoltre incapacità di controllo della spesa (lo ha certificato la Corte dei Conti), pessimi risultati dal punto di vista tecnico-costruttivo (si pensi ai numerosi casi di crollo dei balconi degli alloggi antisismici a L'Aquila); favorisce il diffondersi di fenomeni corruttivi e mafiosi-camorristici-ndrangetisti (vedi Irpinia e, di nuovo, L'Aquila), l'annientamento di intere comunità e delle relazioni sociali; determina, infine, lo stravolgimento delle regole dello Stato di diritto (limitazione delle libertà personali, espropriazione dei poteri degli enti territoriali, ecc.).
La logica emergenziale alimenta il vortice dell'irresponsabilità collettiva ed è per questa ragione che deve essere denunciata all'opinione pubblica che ha a sua volta il diritto-dovere di reagire.
La responsabilità delle devastazioni e del pesante tributo pagato in termini di vite umane per eventi sismici (quasi 5.000 vittime negli ultimi 50 anni) e per disastri ambientali (si pensi, ad esempio, ai recenti fatti di Genova o all'alluvione di Sarno con i suoi 159 morti o a quella piemontese del 1994 che causò 70 vittime) va ascritta per intero a coloro che, investiti di responsabilità di governo, hanno brillato per inerzia, spingendosi fino a promuovere l'utilizzo predatorio e spregiudicato del territorio.
Come dimenticare, in tempi recenti, l'edificazione e l'infrastrutturazione, con tanto di pareri favorevoli ed autorizzazioni, di parte della città de L'Aquila su una faglia attiva (Pettino), e la seguente ricostruzione nel medesimo sito ad alto rischio sismico? Come non ricordare che il decantato "Sblocca Italia" è la più recente e forse la più tristemente nota tra le modalità con cui la bramosia di devastazione dei territori si è tradotta sul piano legislativo?
Mancata prevenzione antisismica, edificazione selvaggia, trivellazioni, realizzazione di infrastrutture energetiche inutili, impattanti e dispendiose, sono figli della stessa cultura predatoria, della medesima matrice ideologica i cui pilastri portanti sono lo sfruttamento dissennato del territorio, la mancanza di rispetto del diritto alla vita ed il saccheggio dei beni comuni.
Questa nuova tragedia nazionale non è frutto della casualità ma ha mandanti ed esecutori che meritano di essere sfiduciati dai cittadini e sanzionati, quanto meno sotto il profilo politico.
In merito ad altri profili di responsabilità sarà la magistratura a pronunciarsi. La Procura di Rieti, che ipotizza il reato di disastro colposo, è già al lavoro. Confidiamo che giustizia sia fatta e che non abbiano a ripetersi i fatti de L'Aquila (assoluzione in Cassazione dei componenti della Commissione Grandi Rischi e condanna delle famiglie delle vittime al pagamento delle spese processuali).
Dopo questa nuova strage di innocenti, nessuno può arrogarsi il diritto di tergiversare: occorre subito una rapida inversione di rotta nelle politiche di governo del territorio e nella pianificazione delle opere, anche di quelle ritenute fino ad oggi strategiche e di interesse nazionale.
Nulla è più strategico e nulla risponde in maggior misura all'interesse nazionale che la tutela della sicurezza e della vita dei cittadini!
Governo e Regioni si facciano promotori SUBITO di un Piano Straordinario di messa in sicurezza dell'intero territorio italiano -dal punto di vista sismico, idrogeologico e paesaggistico-, sul modello dell'Unica Grande Opera (UGO) di Salvatore Settis e Tomaso Montanari, e del patrimonio edilizio privato e pubblico, reperendo risorse anche in ambito U.E., stimate in 4 miliardi di euro/anno per 20 anni, che devono poter essere impegnate anche in deroga ai limiti posti dal Patto di Stabilità e che, oltre tutto, genererebbero nuove attività d'impresa, occupazione qualificata e gettito fiscale.
Con riferimento alla prevenzione degli effetti distruttivi degli eventi sismici, sul modello di quanto fatto in Toscana con la legge regionale n. 56 del 1997, che per prima ha introdotto finanziamenti pubblici per i privati, è necessario ed urgente procedere alla realizzazione di indagini di microzonizzazione sismica in tutto il territorio nazionale (i fondi assegnati ai Comuni sono stati utilizzati tutti e non si sono rivelati sufficienti), di verifiche sismiche su edifici pubblici, di una rete sismica e geodetica; promuovere una campagna di capillare informazione diretta alla popolazione e nelle scuole; mettere a disposizione delle famiglie in incentivi e finanziamenti tali da incoraggiarle a verificare sotto il profilo sismico e, se del caso, ad adeguare le abitazioni di proprietà; semplificare l'attuale meccanismo per l'erogazione dei contributi già stanziati e disponibili.
Tali nuovi finanziamenti pubblici sono da intendere come aggiuntivi, cumulabili e non sostitutivi rispetto alla misura della detraibilità fiscale prevista nella misura del 65%, per spese di adeguamento sismico sostenute da soggetti Irpef e condomini, che andrebbe anch'essa resa strutturale.
Sempre nell'ottica della prevenzione e della corretta pianificazione delle opere pubbliche, dovrebbero essere introdotti più severi requisiti nella valutazione di compatibilità ambientale, nella selezione delle aree in cui è possibile realizzare determinate opere ed attività, e più elevati standard qualitativi nella progettazione di autostrade, dighe, acquedotti, gasdotti, ecc..
Con riferimento alle opere ed alle attività "petrolifere", la soppressione del Piano delle Aree, prevista nella Legge di Stabilità 2016 e fortemente voluta dal Governo, va nella direzione opposta. Lo strumento deve essere assolutamente recuperato in modo che si sappia una buona volta cosa può essere costruito e cosa no ed in quali aree del Paese.
Il sistema Paese reclama un salto di qualità e di razionalità per porre rimedio agli effetti delle scelte scellerate del passato e per prevenirne di nuove.
Il pensiero corre alla diga idroelettrica di Rio Fucino, sul lago di Campotosto, costruita sulla faglia dei Monti della Laga, in provincia di Teramo, il cui cedimento spazzerebbe via interi centri abitati a valle; alle 8 esplosioni di metanodotti verificatesi in Italia dal 2004 ad oggi (Montecilfone, Tarsia, Tresana, Sciara, Sant'Alberto, Pineto, Roncade ed Alta Val Marecchia); alle campagne di trivellazioni autorizzate sia a terra in zone ad alto rischio sismico (Emilia, Basilicata) sia in mare, in aree soggette al fenomeno della subsidenza (Ravennate e Veneto); alle attività di reiniezione a forte pressione dei fluidi di scarto della lavorazione del petrolio, a circa 4 km di profondità, che si vorrebbero effettuare in Basilicata all'interno delle rocce carbonatiche deformate della piattaforma appula; infine, al TAP, al " grande tubo" lungo quasi 700 chilometri, che, nonostante l'opposizione di alcune Regioni, attraverserà l'Italia dalla Puglia fino all'Emilia Romagna, transitando lungo la dorsale appenninica ed attraversando le località più colpite dal terremoto del 1997 (Marche ed Umbria), dal sisma del 6 aprile 2009, in provincia de L'Aquila, e, infine, dal nuovo terremoto di magnitudo 6.2 che ha raso al suolo Amatrice, Accumoli e Pescara del Tronto ed altri borghi minori.
In ultimo ma non per ultima, la riforma del Titolo V della Costituzione, con tutto ciò che ne conseguirà in termini di mancata interlocuzione e collaborazione tra Stato e Regioni in materia di approvazione di opere ed infrastrutture energetiche, con conseguente accentramento delle scelte nelle mani dello Stato che potrà disporre a proprio piacimento dei territori e delle loro fragilità ambientali, così già si è verificato con il TAP.
Centralizzare non paga neppure sotto il profilo della gestione dei contributi previsti per la messa in sicurezza degli edifici privati. Nel 2013, ad esempio, delle 11.000 domande presentate ai Comuni, dopo un lungo passaggio di carte dai Comuni alle Regioni e da queste alla Protezione Civile, ne sono state accolte appena 1.849, per un contributo medio a pratica di circa 20 mila euro.
ll capitolo delle modifiche costituzionali si inserisce in un disegno complessivo di riforme della Carta e strutturali che riduce la possibilità per i cittadini di compiere scelte democratiche e di partecipare alle decisioni che hanno una ricaduta diretta e inequivocabile sulla propria salute, sulla sicurezza, sul benessere delle famiglie e della comunità.
E’ il momento che i cittadini si riapproprino di questo diritto-dovere e che si prenda atto della gravità della situazione del nostro Paese che, ancora una volta, si riscopre fragile da un punto di vista strutturale, ma ricco di partecipazione civica.
E' compito di chi governa i territori, ma anche di noi cittadini nel richiederle e sollecitarle, dar vita a politiche economiche che riducano il distacco tra la difesa del suolo e della salute pubblica (poca) e la solidarietà umana (molta).
Roma, 26 agosto 2016



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venerdì 5 agosto 2016

26 agosto, Molfetta: Prima proiezione pubblica del documentario "Mare Nostro"



Venerdì 26 agosto, Molfetta, Fabbrica di San Domenico, ore 21:00

Proiezione pubblica del film documentario “Mare Nostro“, incontro con l’autore e i protagonisti del film.


2016 – colore – 56′
Regia: Andrea Gadaleta Caldarola
Fotografia: Andrea Gadaleta Caldarola
Montaggio: Andrea Gadaleta Caldarola
Interpreti: Salvatore Savelmini, Antonio Rana, Vitoantonio Tedesco, Ignazio Salvemini, l’equipaggio di Nicolangela
Musiche: Sviridov Georgy (compositore), “Sacred Love” (titolo brano), Latvian Radio Choir, Klava, Tolstoy (esecutori), Naxos (casa discografica)
Produzione: Andrea Gadaleta Caldarola
Co-produzione: Rosanna Rizzi
SINOSSI
Molfetta, una città del sud Italia che si affaccia sull’Adriatico. Qui il mare non è solo sfondo di paesaggi pittoreschi da cartolina. Pesca e commercio marittimo hanno plasmato nei secoli l’ecosistema sociale ed economico della città. Attraverso le voci di alcuni pescatori, Mare Nostro intreccia e ricompone memorie e frammenti di un luogo in cui i confini tra cronaca e antichi rituali, fatti storici e ricordi personali appaiono sfocati.
NOTE DI REGIA
Mare Nostro, l’ultimo film di Andrea Gadaleta Caldarola, racconta una storia di mare. Il regista torna nella sua città d’origine e ritrae una città sospesa fra cambiamento e continuità, bellezza e rovina. Le architetture della città, le voci dei pescatori, le antiche processioni, le urla dei mercati raccontano di un rapporto col mare antico e profondo sul quale tutta una comunità ha costruito la propria identità. I racconti dei protagonisti, pescatori di Molfetta, riportano alla memoria storie private e fatti storici, frammenti e ricordi che si ricompongono in una storia più grande e complessa.

giovedì 21 aprile 2016

Una "sconfitta" che facciamo nostra con orgoglio

Comunicato Stampa del Coordinamento NoTriv Terra di Bari sul risultato referendario del 17 aprile 2016

Manifestazione #18S_NOTRIV, del 18 settembre 2015, in concomitanza con il vertice dei Presidenti delle Regioni del Sud presso la Fiera del Levante di Bari.

Partiamo dai concetti fondamentali: si è trattato di una sconfitta? Pensiamo ovviamente di no. Portare più di 15 milioni di persone al voto in un contesto di disaffezione alla Politica e di scoramento diffuso è un risultato per noi assolutamente incoraggiante.

Ed è un risultato che sentiamo nostro e rivendichiamo con orgoglio. E con “nostro” intendiamo dei comitati territoriali sparsi sul territorio che si sono riuniti nel Coordinamento Nazionale No Triv.

Tanto si è detto sulla genesi di questo referendum, a partire dal fatto che sia il frutto esclusivo di uno scontro tra regioni e governo, su basi finanche personalistiche. È un’analisi superficiale che non risponde al vero. Come comitati abbiamo fatto una scelta, consapevoli di tutti i rischi che avrebbe comportato. Sapevamo di non avere il tempo necessario per una raccolta firme che portasse ad un iter referendario “canonico” ed abbiamo concentrato le nostre energie su un obiettivo che individuavamo più raggiungibile.

Chi ha fatto con noi questo percorso dal principio sa bene quanto sia stato faticoso premere affinché 10 Consigli Regionali deliberassero per quel referendum. È stato un lavoro duro, fatto di assemblee in piazza, di manifestazioni sotto un sole cocente, di iniziative sparse in luoghi che non riusciamo nemmeno a ricordare.

Pensiamo sia giusto e sacrosanto che ci venga riconosciuto quel lavoro, al di là delle partite che le istituzioni ed i politici locali hanno voluto giocarci sopra.

Una volta ottenuto il primo obiettivo, davanti a noi si è presentata una battaglia ancora più grande.
Raggiungere il quorum era una sfida che solo chi ha l’abitudine di lanciare il cuore oltre l’ostacolo poteva cogliere.

Avevamo tutto e tutti contro: un governo amico delle lobby petrolifere, come hanno testimoniato le intercettazioni del ministro Guidi, che ha provato in tutte le maniere a boicottare il referendum, prima non accorpandolo alle amministrative e poi convocandolo nella prima data utile, in modo che non potessimo organizzare una campagna informativa adeguata; la maggior parte dei media nazionali che ha concesso pochissimo spazio alle ragioni del “sì”, arrivando a diffondere informazioni falsissime poche ore prima del giorno delle votazioni; il folle fuoco amico di chi ha prodotto un altro quesito referendario sulle trivellazioni petrolifere (peraltro secondo noi palesemente anticostituzionale) a ridosso del 17 aprile. 


La campagna referendaria è stata portata avanti da diversi soggetti, ma le letture post-referendum sul voto e sul percorso vedono come unico soggetto sul bancone degli imputati il movimento notriv.


E quindi eccoci qui, il 18 aprile “la musica è finita, gli amici se ne vanno”. Noi no. Ci intestiamo con orgoglio il risultato del 31,18%, contenti di aver portato ad esprimersi in maniera evidente e franca più persone di quante abbiano votato il principale partito di governo. E da qui troviamo nuova linfa per rilanciare il nostro lavoro.

Come comitati ci riconvocheremo nei prossimi mesi in un’assemblea nazionale e successivamente altre regionali, per pianificare assieme nuove strategie e percorsi comuni.

Il Coordinamento NoTriv Terra di Bari concentrerà maggiormente i propri sforzi contro il progetto Tempa Rossa, che vuole sacrificare ancora di più Taranto sull’altare dei profitti di pochi e sul quale Emiliano non può sperare di fare orecchie da mercante, e per la richiesta alle autorità competenti di un controllo delle acque dell’invaso lucano del Pertusillo che rifornisce l’Acquedotto Pugliese e della pubblicazione dei risultati delle analisi.

Le nostre modalità saranno quelle che ci hanno sempre contraddistinto: trasparenza, apertura ed organizzazione dal basso. Perché questa è per noi Politica, con la “P” maiuscola.

Ciaone.




foto di Felisiano Bruni - Rumore Collettivo
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venerdì 12 febbraio 2016

Invito a partecipare all’assemblea referendaria No Triv

Domenica prossima, 14 Febbraio, si terrà a Roma, presso la sala del Parco delle Energie, v. Prenestina 175 (ingresso attiguo al Csoa Ex Snia), la seconda assemblea a carattere nazionale, organizzata dai comitati aderenti al Coordinamento nazionale No Triv e da rappresentanze di 200 associazioni, per affrontare in modo quanto più sinergico ed efficace possibile l’imminente campagna referendaria.

Il percorso inedito, che per la prima volta ha portato la Corte Costituzionale a consentire che il popolo italiano possa esprimersi sulla materia strategica delle estrazioni di idrocarburi liquidi e gassosi, è stato di certo molto travagliato. La compagine del governo Renzi, in continuità coi precedenti esecutivi dei “non eletti”, ha fatto carte false pur di evitare la celebrazione di un referendum fondato su ben 6 quesiti pienamente ammessi dalla Corte di Cassazione a fine Novembre scorso, imponendo stralci, assorbimenti, stravolgimenti, ratificati nella legge di Stabilità.

È a tutti evidente che rinunziare alla “strategicità, indifferibilità ed urgenza” - asse inderogabile per il governo delle lobbies che dall’autunno 2014 imponeva lo Sblocca Italia -  lasciando la sola “pubblica utilità”, la dice lunga sul rapporto tra lotte territoriali, acutizzazione degli effetti dell’attuale crisi finanziaria, abbassamento vertiginoso del costo del barile.

Gli scenari di guerra che abbracciano in modo estensivo e pervasivo i vasti territori del vicino e medio Oriente, i paesi del Nord Africa, le ondate di violenza suicida/omicida che attraversano le stesse metropoli europee, chiamano i movimenti e le forze politiche e sindacali sinceramente democratiche a misurarsi con i rapidi e radicali cambiamenti geopolitici, in un momento di grave crisi di civiltà, dove paradigmi e tentazioni autoritarie e razziste si affacciano con prepotenza e si fronteggiano con chi lotta per difendere diritto al reddito, al lavoro, alla casa, all’istruzione, chiedendo più welfare e partecipazione diretta.

Chiediamo agli organi di informazione espressione delle lotte condotte dal basso , alle associazioni sindacali di base, ai collettivi, ai centri sociali, di fare propria la battaglia per portare al voto il 50% più uno degli elettori italiani su una materia che incide sulla possibilità di ridefinire  una Strategia Energetica Nazionale all’altezza dei bisogni effettivi, fondata su forme applicative delle rinnovabili pulite decentrate, diffuse, compartecipate.

Per affermare la logica e la pratica del valore d’uso; per consentire ed incrementare l’irruzione dei saperi e delle masse nel salotto buono dei petrolieri e dei loro tanti lacchè; per contribuire a fermare la distruzione del Welfare e la tendenza alla guerra; per attrezzarci a battere le “riforme” costituzionali imposte da Boschi/Renzi/Verdini in occasione del referendum istituzionale confermativo del prossimo Ottobre, rafforziamo i legami tra le lotte, organizziamo la strada per le nostre conquiste!

A Roma affronteremo con la giusta ambizione il confronto tra lo stato delle lotte e le prospettive concrete di costruzione di una piattaforma condivisa verso la transizione oltre l’era fossile. Al confronto prenderanno parte non solo comitati No Triv ed associazioni ambientaliste, ma anche esponenti della Fiom e della lotta No Tav.




mercoledì 10 febbraio 2016

Petroceltic rinuncia alle istanze di ricerca al largo delle Tremiti

È notizia di qualche ora fa la rinuncia da parte di Petroceltic alle istanze di ricerca al largo delle Isole Tremiti.
Per quanto ovviamente sollevati, dobbiamo ammettere che un epilogo del genere era nell'aria.

Le concessioni rilasciate, nonostante gli emendamenti alla legge di Stabilità del 2016 che riprendevano il quesito referendario che vieta tali concessioni entro le 12 miglia, e il fatto che Petroceltic risultasse, come emerso da diverse interrogazioni parlamentari, una scatola vuota, senza nemmeno i fondi necessari a garantire le minime misure di sicurezza in eventuali operazioni di trivellazione puzzavano non poco.

Non vorremmo che l'affair "Petroceltic" fosse invece un diversivo: da un lato atto a indebolire la propulsione dell'ormai prossimo referendum; dall'altro ad aprire ad una trattativa al ribasso su Tempa Rossa, su cui il presidente Emiliano, rispetto alle pesanti ricadute che il progetto di Total, Shell, Eni e Mitsui avrebbe su Taranto, tace gravemente.

Ad ogni modo, continueremo a costruire percorsi di partecipazione verso la vittoria del referendum, costruiremo reti con tutti i movimenti ambientalisti e notriv lucani e pugliesi per chiudere definitivamente Tempa Rossa.

Coordinamento NoTriv-Terra di Bari
Movimento Stop Tempa Rossa




La concessione della Petroceltic al largo delle Tremiti sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, ad oggi, risulta ancora vigente. Auspichiamo che scompaia nelle prossime ore.



mercoledì 20 gennaio 2016

IL REFERENDUM NO TRIV SI FARA’!!!

Dopo la sentenza della Corte costituzionale, che ha ammesso il quesito referendario in difesa dei mari italiani, promosso dalla rete dei movimenti italiani No Triv e dagli attuali 9 Consigli regionali facenti parte del comitato referendario, Rosanna Rizzi – del Coordinamento nazionale No Triv (NoTriv Terra di Bari) – è intervenuta stamattina in diretta radiofonica a Radio Città del Capo, durante la trasmissione “Sulla bocca di tutti”.
Nel file Audio, l’intervista rilasciata all'emittente radiofonica emiliana.

domenica 29 novembre 2015

LA CASSAZIONE DICE SEI VOLTE "SÌ" - REFERENDUM NO TRIV SEMPRE PIU' VICINO


COMUNICATO STAMPA
COORDINAMENTO NAZIONALE NO TRIV

LA CASSAZIONE DICE SEI VOLTE ""
REFERENDUM NO TRIV SEMPRE PIU' VICINO

I sei quesiti referendari contro le trivelle in mare e su terraferma hanno superato indenni l'esame di regolarità della Corte di Cassazione.

Con due ordinanze adottate il 26 novembre 2015 la Corte di Cassazione ha accolto i sei quesiti referendari così come deliberati dalle Assemblee Regionali di Basilicata, Abruzzo, Marche, Campania, Puglia, Sardegna, Veneto, Liguria, Calabria e Molise.

Le ordinanze verranno comunicate al Presidente della Repubblica, al Presidente della Corte Costituzionale ed ai Presidenti delle Camere, e verranno notificate ai delegati dei dieci Consigli Regionali proponenti.

L'ultimo scoglio da superare sarà l'esame di legittimità costituzionale della Suprema Corte che si pronuncerà entro febbraio 2016.

I sei "SI'" giungono a coronamento di una lunga fase di impegno per la formulazione dei quesiti e della pressione democratica dal basso esercitata da oltre 200 associazioni italiane. L’abnegazione ed il merito della proposta complessiva hanno consentito di intercettare prima l’unanime consenso della Conferenza dei Presidenti delle Assemblee elettive regionali e, successivamente, lo storico risultato delle 10 delibere di richiesta referendaria, da parte di altrettanti Consigli regionali.

Compiuto questo nuovo passo, è giunto dunque il momento di consolidare il risultato ottenuto preparandosi alla costruzione di un sistema di alleanze -il più ampio e trasversale possibile- e di un percorso organizzativo che consenta di portare al voto la maggioranza degli aventi diritto, senza mediazioni con il Governo su un referendum che ha un obiettivo molto chiaro e non emendabile, se non a rischio di stravolgerne e affievolirne senso e scopo.

La via referendaria è l'unica che possa raggiungere nel breve termine l'obiettivo sia di fermare nuovi progetti petroliferi sia di contenere e ridimensionare il ruolo delle energie fossili nel mix energetico nazionale. 

Ma anche qualora le richieste di modifica normativa in senso No Triv venissero avanzate in buona fede, bisognerebbe tener conto della maggiore efficacia del referendum rispetto a quella, più limitata, dell'abrogazione per via legislativa. I divieti introdotti dal Decreto Prestigiacomo non furono forse rimossi per numerosi progetti petroliferi in mare proprio dall'art. 35 comma 1 del Decreto Sviluppo?

Quindi, non si persegua la strada della modifica per via legislativa delle norme che, per mezzo del referendum abrogativo, è invece possibile cancellare stabilmente dall'ordinamento.
Il Referendum non è nella disponibilità del Governo.

L'Assemblea "Verso il Referendum" dell'8 novembre scorso, rappresentativa delle associazioni vere promotrici del Referendum, ha stabilito in modo unitario ed inequivocabile che nessuno è legittimato a "mediare" o a dialogare con un Governo che più di ogni altro ha dimostrato fredda determinazione nel portare a compimento il contenuto fossile della Strategia Energetica Nazionale e che si appresta ad assestare un colpo mortale al coinvolgimento delle comunità locali e delle Regioni nelle scelte strategiche che determinano il futuro dei territori e del Paese.

Il Referendum è di tutti e ciò significa che nessuno può disporne oltre la Corte Costituzionale e, ovviamente, i Cittadini.

Prossima tappa intermedia sarà l'incontro a Roma, il 9 dicembre prossimo, tra i delegati delle Assemblee delle dieci Regioni che hanno deliberato la richiesta di referendum ed i rappresentanti delle associazioni promotrici del Referendum: in quella sede verranno messi a fuoco i principali aspetti organizzativi e discusse le prime soluzioni che dovranno portarci al voto di primavera.

La strada è tracciata. Adesso tocca percorrerla tutti assieme per arrivare al risultato per anni inseguito: liberare il mare e la terraferma da nuove trivelle ed aprire la strada ad una nuova politica energetica, economica ed ambientale. 

Roma, 28 novembre 2015

venerdì 16 ottobre 2015

SHELL ABBANDONA L'ARTICO PER JONIO MA RISCHIA GROSSO CON I REFERENDUM

Condividiamo il Comunicato Stampa del Coordinamento Nazionale No Triv in merito al parere positivo concesso a SHELL ITALIA dal Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, a due procedimenti VIA per ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi nel Mar Jonio.


Le aree, di superficie complessiva di 1348,2 km quadrati, interessano il Golfo di Taranto, motivo per cui tutti i pugliesi dovrebbero attivarsi, sollecitando la politica a rimediare vecchi errori e rigettando fermamente un progetto di devastazione dei propri mari.

SHELL ABBANDONA L'ARTICO PER JONIO MA RISCHIA GROSSO CON I REFERENDUM
Il 13 Ottobre scorso la Commissione Tecnica VIA del Ministero dell'ambiente si è espressa per la compatibilità ambientale di due istanze di permesso di ricerca presentate a fine 2009 dalla Shell Italia Ep.
Le due istanze, contraddistinte dalle sigle d73 F.R- SH e d74 F.R-SH, interessano il Golfo di Taranto e, seppur distinte sotto il profilo autorizzativo, costituiscono per Shell un tutt'uno sotto il profilo industriale.
Delle due istanze gemelle, la d74 F.R-SH è giunta a noi grazie all’art. 35, comma 1, del Decreto Sviluppo, convertito in legge sotto il Governo Monti e oggi sottoposto a referendum abrogativo.
Il suo inquadramento geografico è descritto anche nella Sintesi non tecnica del progetto redatto dalla Shell: "Il punto più a Nord del blocco in oggetto si trova a circa (meno) 12 miglia nautiche da Capo Spulico, la parte più orientale dista circa 8 miglia marine da Trebisacce, mentre il punto più a Sud dista circa 14 miglia da Punta Alice".
Secondo uno studio del MISE, l'area di ricerca è interferente al 100% con una lunga serie di aree interdette ai sensi del Decreto Prestigiacomo (SIC: Fiumara Trionto, Macchia della Bura, Fondali Crosia- Pietrapaola, Dune di Camigliano). Il 30 novembre 2010, infatti, il MISE notificò alla Shell un preavviso di rigetto.
Stessa sorte toccò in pari data alla gemella d73 F.R- SH perché interferente per intero con la Zona di Protezione Speciale Alto Jonio Cosentino.
I progetti espansionistici della Shell nello Jonio, coerenti con la Strategia Energetica Nazionale, possono e devono essere arrestati: grazie allo Sblocca Italia, si fa concreta la possibilità che, una volta individuato il Piano delle Aree ed ottenuti i permessi di ricerca, la compagnia olandese richieda ed ottenga la conversione dei titoli di ricerca in titoli concessori unici.
Tutto questo, però, può essere evitato. È importante, quindi, che:
- le amministrazioni interessate propongano ricorso al TAR Lazio contro i decreti VIA del 13 ottobre scorso;
- la Regione Calabria segua l'esempio della Regione Abruzzo che nei giorni scorsi ha approvato una legge ad hoc per vietare qualsiasi attività di ricerca e di coltivazione di idrocarburi al di sotto del limite delle 12 miglia dalle linee di costa o dalle aree naturali protette;
- nel frattempo vada avanti spedito il processo referendario. Dei sei quesiti referendari, infatti, ben tre (contro trivelle entro le 12 miglia; contro conversione titolo di ricerca in titolo concessorio unico e pronunciamento della Conferenza Unificata Stato-Regioni sul Piano delle Aree, mare compreso) sono in grado di arrestare l'avanzata di Shell nel Golfo di Taranto.
Ma lo sforzo più grande dovrà farlo la politica, rimediando in extremis alle pessime scelte effettuate in materia energetica ed ambientale negli ultimi anni e puntando sulla riconversione ecologica del sistema economico attivando, quindi, tutti gli strumenti di programmazione possibili e disponibili.
16 Ottobre 2015
Coordinamento nazionale No Triv

domenica 27 settembre 2015

Alcune precisazioni sul referendum delle Regioni [di Enzo Di Salvatore]

Enzo Di Salvatore, docente di Diritto Costituzionale dell'Università di Teramo e membro del Coordinamento Nazionale NoTriv chiarisce alcuni dubbi in merito ai referendum notriv abrogativi dell'art.35 del "Decreto Sviluppo" e di alcune parti dell'art.38 dello "Sblocca Italia". 




In che senso il referendum sull’art. 35 del decreto sviluppo del 2012 riguarderebbe anche quelle Regioni che non siano al momento interessate da procedimenti in corso per il rilascio dei permessi di ricerca e delle concessioni di coltivazione di idrocarburi?

Nel 2010, a seguito del disastro petrolifero occorso nel Golfo del Messico, il Governo Berlusconi aveva introdotto nel Codice dell’ambiente una norma con la quale si vietavano la ricerca e l’estrazione del petrolio entro le cinque miglia marine. Questo divieto aveva ad oggetto due ipotesi diverse: le attività petrolifere future e i procedimenti amministrativi non ancora conclusi con il rilascio di un permesso di ricerca o di una concessione di coltivazione. In presenza di un’area marina o costiera protetta, il divieto avrebbe interessato il tratto di mare prospiciente la costa per dodici miglia marine.
Due anni dopo, il Governo Monti interveniva nuovamente sul punto e con l’art. 35 del decreto sviluppo estendeva quel divieto fino alle dodici miglia marine ovunque, facendo, tuttavia, salvi i procedimenti bloccati dal Governo Berlusconi. A seguito di ciò, il Ministero dello sviluppo economico riavviava tutti i procedimenti bloccati: venticinque progetti in tutto, ai quali nel prossimo futuro se ne aggiungeranno altri, come quelli relativi alle attività di prospezione che effettuerà la società Spectrum Geo: un progetto enorme destinato ad esplorare i fondali del mare Adriatico per 30.000 chilometri quadrati e che, terminata la fase della ricerca, verrà ulteriormente “spacchettato” in numerosi progetti di estrazione.
Il quesito referendario sull’art. 35 del decreto sviluppo ha ad oggetto la normativa introdotta dal Governo Monti, con la quale si è rimosso il divieto stabilito dal Governo Berlusconi: esso, pertanto, riguarda solo le attività ancora da autorizzare e non anche le attività già autorizzate.
Tale quesito, invero, interessa anche i tratti di mare di quelle Regioni che al momento non sono interessate da procedimenti in corso, giacché il risultato complessivo che discenderebbe dalla volontà popolare manifestata attraverso il referendum sarebbe quello di non volere né nuove ricerche né nuove estrazioni di idrocarburi entro le acque territoriali. A seguito di un eventuale esito positivo del referendum, il Parlamento o il Governo non potrebbero, infatti, né reintrodurre la norma che consente ai procedimenti in corso di concludersi né rimuovere il limite, applicabile ovunque, della ricerca e dell’estrazione entro le dodici miglia marine: l’obiettivo del quesito proposto è esattamente quello di far sì che il divieto di estrarre idrocarburi entro le acque territoriali sia assoluto. Come la Corte costituzionale ha più volte precisato (v. ad es. sentenza n. 199 del 2012), il Legislatore successivo non può ledere la volontà popolare espressa attraverso la consultazione referendaria, ponendo nel nulla e vanificando l’effetto utile che dalla stessa discenderebbe. Diversamente – e cioè qualora non si arrivasse ad un pronunciamento popolare di segno positivo – la rimozione del divieto sarebbe in ogni momento possibile.

Quali Regioni sarebbero interessate dall’abrogazione dell’art. 38 dello Sblocca Italia?

Oltre all’abrogazione referendaria dell’art. 35 del decreto sviluppo, le Regioni propongono di abrogare anche alcune disposizioni dell’art. 38 dello Sblocca Italia. Non si tratta di una proposta finalizzata ad un’abrogazione totale di tale articolo, in quanto, alla luce dell’orientamento seguito dalla Corte costituzionale, ciò non sarebbe ammissibile.
I quesiti proposti investono principalmente la “questione democratica”, ossia la partecipazione delle Regioni alle decisioni assunte dallo Stato sia in fase di pianificazione delle attività sia in ordine ai singoli progetti di ricerca ed estrazione degli idrocarburi. Esse interessano tutte le Regioni ed anche gli Enti locali; in quest’ultimo caso, in relazione al rilascio dell’intesa da parte della Conferenza unificata sul “piano delle aree”, che dovrà stabilire dove si potranno effettuare la ricerca e l’estrazione nel nostro Paese.
Nello Sblocca Italia si legge che «le disposizioni del presente decreto sono applicabili nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e di Bolzano compatibilmente con le norme dei rispettivi statuti e con le relative norme di attuazione». Per parte sua, l’art. 38 dello Sblocca Italia stabilisce chiaramente che il «titolo concessorio unico» sia accordato «con decreto del Ministro dello sviluppo economico, previa intesa con la regione o la provincia autonoma di Trento o di Bolzano territorialmente interessata». Il riferimento alle Province autonome di Trento e Bolzano lascia, appunto, intendere che la disciplina del procedimento trovi applicazione anche alle Regioni a Statuto speciale.

Cosa accade se nel frattempo il Parlamento o il Governo dovessero intervenire e modificare la normativa oggetto di referendum?

Qualora il Parlamento (con legge) o il Governo (con decreto-legge) dovessero intervenire e abrogare le singole disposizioni oggetto di referendum, il referendum non avrà più corso. La Corte costituzionale, con sentenza n. 68 del 1978, ha, tuttavia, chiarito che se l’abrogazione di tali disposizioni non dovesse corrispondere nella sostanza a quella proposta con il referendum, il referendum si celebrerà comunque ed avrà ad oggetto la nuova normativa.

Qual è il rapporto che corre tra il referendum e i ricorsi promossi dalle Regioni dinanzi alla Corte costituzionale sull’art. 38 dello Sblocca Italia?

Il referendum promosso dai Consigli regionali e i ricorsi presentati dalle Regioni alla Corte costituzionale hanno entrambi ad oggetto solo alcune disposizioni dell’art. 38 del decreto Sblocca Italia; essi si muovono, tuttavia, su piani differenti: il referendum agisce sul piano del merito (politico) delle scelte effettuate dal Legislatore; i ricorsi sul piano della legittimità costituzionale di quelle scelte.
Il fatto che siano ancora pendenti i ricorsi davanti al giudice costituzionale non rende inutile il referendum delle Regioni. Può darsi che la Corte consideri le norme impugnate illegittime o può darsi che le consideri perfettamente legittime. Ma in nessuno dei due casi il referendum resterebbe privo di significato. Solo parzialmente,infatti, le norme impugnate coincidono con il referendum deliberato: i quesiti proposti possiedono una propria ragion d’essere “unitaria”, in quanto incidono, più in generale, su ogni decisione relativa alla ricerca e all'estrazione degli idrocarburi; persino sulla partecipazione delle Regioni alle decisioni in ordine alle attività strumentali alla ricerca e all'estrazione. Uno dei quesiti proposti investe, ad esempio, la legge n. 239 del 2004 di riordino del settore energetico, che non è stata (non poteva esserlo) fatta oggetto di impugnazione davanti alla Corte.

Qual è il rapporto che corre tra il referendum delle Regioni e la revisione del Titolo V della Costituzione attualmente in itinere?

La revisione del Titolo V della Costituzione attualmente in itinere si propone, tra le altre cose, di modificare anche il riparto della competenza legislativa tra lo Stato e le Regioni, riconducendo all’esclusiva competenza dello Stato la disciplina dell’energia. Fermo restando che al momento non è possibile conoscere l’esito del procedimento di revisione costituzionale, l’eventuale riconduzione della materia energetica alla competenza esclusiva dello Stato non renderebbe superfluo il referendum. La normativa che restasse in piedi a seguito di un esito positivo del referendum abrogativo non sarebbe di per sé illegittima: è una scelta dello Stato (in questo caso del corpo elettorale) prevedere che alle decisioni dello Stato in fatto di energia partecipino anche le Regioni e gli Enti locali. Certo, a seguito della revisione costituzionale (se supererà indenne il referendum previsto dall’art. 138 della Costituzione, si intende) il Parlamento potrebbe anche stabilire che le Regioni e gli Enti locali non debbano più partecipare alle decisioni assunte dallo Stato in materia di ricerca ed estrazione degli idrocarburi; ma per stabilire ciò occorrerebbe, appunto, una nuova legge, che modifichi l’esito referendario. Il che, mentre non costituirebbe un problema in relazione ad una eventuale pronuncia di illegittimità della Corte costituzionale sullo Sblocca Italia (essendo il quadro costituzionale ormai cambiato), lo sarebbe, però, in relazione all'esito referendario: Il Titolo V riscritto non vieta né impone che lo Stato possa continuare a coinvolgere gli Enti territoriali. Ragion per cui, sebbene conforme al nuovo Titolo V, una decisione dello Stato che escludesse successivamente con legge le Regioni e gli Enti locali dalle decisioni in materia di energia annullerebbe chiaramente l'eventuale esito positivo del referendum. E questo costituirebbe un problema: sia giuridico (che investe, come sempre, il problema dei limiti dell'intervento del Legislatore successivo all'esito referendario) sia politico. La Corte costituzionale, come si è detto, è stata chiara: non si può successivamente reintrodurre una norma abrogata per via referendaria perché altrimenti resterebbe vanificato l'esito referendario.



foto di Francesco Delia - R.A.S.P.A
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venerdì 25 settembre 2015

Oltre il Referendum: Pertusillo e Tempa Rossa.




Martedì 22 settembre 2015 la Regione Puglia si è riunita in Consiglio in seduta monotematica sulle trivellazioni, così com’è era stato annunciato dal governatore Emiliano il 18 settembre durante la Conferenza delle Regioni del Sud presso la Fiera del Levante.

All’ordine del giorno la richiesta di un referendum abrogativo, proposta dal Coordinamento Nazionale NoTriv, dell’art. 35 del “Decreto Sviluppo” del 2012 - che riattiva le procedure, per le istanze presentate sino al 2010, per la ricerca e prospezione di idrocarburi in mare entro le 12 miglia marine - e di alcune parti dell’art. 38 dello “Sblocca Italia”del 2014 - che di fatto esautora le Regioni del potere decisionale e legislativo nelle politiche energetiche -, su cui il Consiglio Regionale si è espresso all’unanimità in maniera favorevole.

Leggiamo quanto sta avvenendo in questi giorni come un segnale positivo, soprattutto per i movimenti. Pur trovandosi, infatti, ad agire in uno scenario asfittico e desolante, dimostrano di avere ancora la capacità di incidere sulle scelte politiche istituzionali, nel momento in cui, però, si fanno portatori di istanze radicali all’interno di mobilitazioni costruite dal basso.

Proprio per questo, così come ribadito prima nella piattaforma e successivamente anche nella e dall’assemblea del presidio #18S_NOTRIV, riteniamo che questo referendum debba essere SOLO una delle vertenze, che va ad affiancarsi a quelle specifiche di ciascun territorio, della lotta contro le trivellazioni.

Tra le richieste del Coordinamento NoTriv Terra di Bari, protocollate il 25 agosto presso la Regione Puglia e consegnate ai governatori del Sud alla Fiera della Levante, ne sono presenti due ineludibili e fondamentali che hanno per oggetto le analisi delle acque del Pertusillo e il blocco di Tempa Rossa a Taranto.

Perché chiediamo che la Regione Puglia si attivi affinché le autorità competenti effettuino dei controlli ripetuti sulle acque di un lago lucano?

Il lago del Pertusillo è un bacino idrico-potabile che rifornisce anche l’Acquedotto Pugliese, alimentando la Puglia centro-meridionale (Taranto, Brindisi e Lecce) e settentrionale (le aree del barese) interconnettendosi, nel nodo idraulico Gioia - Bari, con le acque del Sele, che proviene dalla Campania.
È situato a soli circa 10 km dal Centro Oli di Viggiano nella zona della Val D’Agri (Potenza), “il più grande giacimento on-shore dell’Europa occidentale”, come la definisce la stessa ENI che in quest’area gestisce la quasi totalità delle estrazioni petrolifere e gassose.

Nel 2010 in questo lago, in seguito ad una morìa di pesci, sono state effettuate analisi che hanno prodotto dei dati allarmanti, evidenziando un inquinamento sia biologico che chimico. È stata riscontrata la presenza di idrocarburi e metalli pesanti - alluminio, bario, cadmio, manganese, piombo, nichel, ferro - alcuni dei quali utilizzati nelle stesse attività estrattive. Tutte sostanze che non dovrebbero in alcun modo trovarsi in bacino a destinazione d’uso potabile.

La Regione Basilicata e l’ARPAB (Agenzia Regionale per l’Ambiente della Basilicata) da subito hanno minimizzato e rassicurato sull’appartenenza del Pertusillo alla categoria A2 (trattamento fisico e chimico: normale e disinfezione).

Peccato che il monitoraggio e la relativa pubblicazione sul sito dell’ARPAB sia ferma al 2012!  E peccato, soprattutto, che il Piano di monitoraggio ambientale in Val d’Agri sia stato realizzato e redatto assieme all’ENI, ovvero lo stesso soggetto che deve, o dovrebbe, essere sottoposto ai controlli. [http://www.eni.com/eni-basilicata/news/2015/2015-06-06-primo-workshop.shtml]

A rassicurare i pugliesi ci ha invece pensato Vito Palumbo, responsabile della comunicazione e delle relazioni esterne di AQP, affermando in un’intervista televisiva che il «potabilizzatore non preleva l’acqua in superficie o nel fondo, ma ad un livello intermedio dove l’acqua è migliore».

Alla luce di una nuova ondata di morìa di pesci verificatasi quest’estate, che qualcuno ha provato a spacciare come conseguenza del troppo caldo, e di nuove analisi che sono state effettuate e che rilevano la presenza di idrocarburi e di sostanze cancerogene negli stessi pesci [http://basilicata.basilicata24.it/cronaca/pesci-pertusillo-contaminati-16-idrocarburi-diversi-metalli-pesanti-microcisti-18487.php], crediamo che la Regione Puglia debba impegnarsi nel tutelare la salute dei propri cittadini.

Non dare seguito alla nostra richiesta, più che mai legittima, di effettuare ripetuti controlli per verificare la presenza di idrocarburi e metalli pesanti nell’acque del Pertusillo e in quelle che arrivano nelle case dei pugliesi, rendendo pubblici e consultabili i dati, sarà una responsabilità politica pesantissima.

Un’altra questione ci lega alla Basilicata ed è Tempa Rossa: un giacimento di idrocarburi situato nell’Alto Sauro, tra il parco regionale di Gallipoli Cognato e il Parco Nazionale del Pollino, un progetto che prevede lo stoccaggio a Taranto del petrolio lucano estratto dalle compagnie Total, Shell e Mitsui.

Nell’ottobre del 2001 viene costruito un oleodotto di 136 km che collega il Centro Oli di Viggiano con la Raffineria Eni a Taranto.

NEL 2011 viene messo a punto un piano di potenziamento di Tempa Rossa, atto ad aumentare la quantità giornaliera di barili e di gas prodotta, che coinvolge sia la Basilicata (aumento del numero di pozzi di estrazione, costruzione di un altro centro di trattamento oli) sia la Puglia (il prolungamento del pontile già in uso all’Eni di Taranto e l’adeguamento dei servizi ausiliari asserviti al pontile la costruzione di due nuovi mega serbatoi; costruzione di una nuova linea di trasferimento del greggio dai nuovi serbatoi al nuovo pontile; costruzione di un nuovo impianto pre-raffreddamento; la fabbricazione di due nuovi impianti di recupero vapori).

Un progetto che le compagnie petrolifere millantano essere a impatto zero, ma che invece andrebbe evidentemente ad incrinare ulteriormente gli equilibri alquanto fragili di entrambi i territori.

Durante la conferenza di servizi del 17 luglio 2014 con il Ministero dell’Ambiente e il Ministero dello Sviluppo Economico, la Regione Puglia guidata da Nichi Vendola ufficializza il via libero al progetto, ignorando completamente sia il parere contrario espresso del Consiglio Comunale di Taranto sia il parere sfavorevole dell’ARPA.

«Gli impianti sorgeranno in un’area in cui la precedente caratterizzazione aveva evidenziato alcuni superamenti sia per il terreno che per la falda. […] L’esercizio di questi impianti comporterà un aumento delle emissioni diffuse pari a 10 tonnellate/anno che si aggiungeranno alle 85 tonnellate/anno (con un incremento del 12%). […] Vista la situazione di criticità ambientale di Taranto questa Agenzia ha evidenziato la perplessità di realizzare un simile impianto in quanto lo stoccaggio del greggio, che verrà mantenuto ad una temperatura di 40 gradi, comporterà la emissione di composti organici volatili, tra cui anche gli Ipa» [Parere dell’ARPA Puglia del 29 marzo 2011]

La decisione, però, espressa dall'allora governatore Vendola sembra non essere condivisa dall'intera giunta. Viene convocata con un’urgenza la Commissione Ambiente della Regione Puglia e ad ottobre del 2014 la giunta approva una delibera per chiedere il riesame del decreto ministeriale con cui è stata concessa la Valutazione di Impatto Ambientale – Autorizzazione Integrata Ambientale (DM 573/2011). 

Il Comune di Taranto con una delibera del 5 novembre del 2014 ha provato ad opporsi al colosso del petrolio, escludendo dalla variante al piano regolatore del porto le due opere di Tempa Rossa - allungamento del pontile petroli e costruzione di due serbatoi di stoccaggio -, atto prontamente impugnato dall’Eni e accolto dal TAR di Lecce con sentenza del 17 giugno 2015.

È notizia di oggi che il progetto sembra aver subito un momentaneo arresto. La Total annuncia un taglio degli investimenti per il giacimento in Basilicata a causa del persistente andamento negativo della quotazione del petrolio.

Per quanto ci faccia tirare un sospiro di sollievo, non incide rispetto alle richieste che poniamo alla Regione Puglia. 

Ricordiamo, infatti, che Il progetto Tempa Rossa, per il quale è stato approvato il 20 febbraio 2015 dal Ministero dell’Ambiente un apposito provvedimento per accelerarne i lavori, è stato dichiarato dal governo un’opera strategica a livello nazionale, tanto da far inserire nell’ultima legge di Stabilità del 2015 un emendamento che di fatto mette al riparo Tempa Rossa nella sua interezza, sbloccando “l'effettiva realizzazione dei progetti per la coltivazione di giacimenti di idrocarburi" e semplificando le procedure in merito alle infrastrutture necessarie allo sfruttamento del greggio.

Il progetto è stato solamente rinviato, la multinazionale francese ha affermato che i lavori riprenderanno nel 2017. Non possiamo certo permettere che le nostre vite possano dipendere dagli andamenti del mercato.

La Regione Puglia deve fare tutto quanto di sua competenza per bloccare l’ampliamento di TEMPA ROSSA!

Queste politiche, scellerate e miopi, porterebbero Taranto, città che ormai da decenni subisce i danni della devastazione ambientale prodotta dalle industrie, completamente al collasso; andrebbero ad  incrementare un inquinamento, già presente allo stato attuale, delle falde acquifere e dei terreni lucani. 

Taranto e la Basilicata sono il simbolo di un modello di sviluppo vecchio, privo di prospettive, che continua ad ingannare le popolazioni con il ricatto del lavoro.

Sia il Pertusillo che Tempa Rossa fanno emergere un elemento importante: la Puglia sta già vivendo le inevitabili conseguenze delle trivellazioni, seppur di quelle che avvengono su terra ed in una regione a noi vicina, la Basilicata.

I territori sono tra loro interconnessi, l’inquinamento ambientale e tutto ciò che questo comporta non conosce di certo confini.


foto di Felisiano Bruni  (Rumore Collettivo)
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